“Siamo in una situazione nella quale chi inquina di più può circolare e spendere meno, mentre chi si è adeguato alle normative per ridurre l’impatto ambientale spende di più e rischia di rimanere bloccato”. Così Riccardo Cosmelli, autotrasportatore associato a TrasportoUnito, sintetizza la situazione a cui sta portando il “caso Adblue”. L’additivo che rende meno impattanti i motori dei veicoli diesel, obbligatorio per la circolazione dei Tir euro 5 e 6 (quelli di ultima generazione), da qualche settimana risulta introvabile. Yara, l’azienda che produce e rivende in Italia il 60% dell’Adblue, ha fermato la produzione, almeno al momento, e tra spese di spedizione e rifornimento i costi sono lievitati in un mese da 0,60 centesimi al litro a oltre un euro.

“Il problema non è solo il raddoppio dei costi – spiega Andrea Marfon della Federazione Autotrasportatori Italiani Conftrasporto – ma il rischio di paralisi del settore se la produzione non dovesse riprendere”. Per questo le associazioni di categoria si sono rivolte al ministro Enrico Giovannini per chiedere di calmierare i costi o, quantomeno, contribuire a riavviare la produzione dell’additivo in Italia. Le cause della carenza del prodotto sarebbero dovute all’aumento del costo del metano, indispensabile per la produzione del prodotto, rendendone insostenibile economicamente la produzione ai prezzi di mercato.

“Se la tendenza fosse confermata il rischio concreto è che i mezzi più virtuosi dal punto di vista ambientale (euro 5 e euro 6) sarebbero costretti a fermarsi non rispettando più i limiti imposti dalle norme in termini di inquinamento – spiegano le associazioni degli autotrasportatori – mentre circolerebbero i vecchi e inquinanti euro 0-1-2-3-4, assurdamente svantaggiati dalla situazione che bloccherebbe un milione e mezzo di camion di ultima generazione e meno inquinanti, con evidenti ripercussioni sul sistema dei trasporti e su quello economico nel suo complesso”.

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