Prepararsi a fare le valigie, chiudere casa, partire. Delle tre la più difficile riguarda la casa perché non puoi portartela appresso (…) Un anno non è un attimo, è una durata, un concetto a cui Frank non è più abituato: la sua vita, e per vita si intende la sua esistenza, non è mai andata oltre la mesata, l’affitto da pagare, le varie scadenze amministrative e soprattutto i corsi da piazzare qui e lì dove e quando possibile. Certo ci sono i gatti e le piante. Da quando è andato a vivere da solo Frank ha sempre vissuto in quella che ama definire la catena Darwin, senza sapere se fosse una decisione legata alla salvaguardia della specie, la sua, o per non essere solo. La pianta è un partner ideale, un esercizio della cura da compiersi in silenzio, e due gatti, trovati nel quartiere, figli ideali cui destinare le carinerie spesso ricambiate al momento dei pasti. Ha comunque deciso: i gatti all’amico anarchico portoghese e le piante a Fiammetta e Fortunato.

L’estate corsa (collana Quetzal; Felici Editore) è uno dei testi linguisticamente più lineari, e al contempo esplosivi, dell’originale poeta, traduttore e agitatore culturale Francesco Forlani, noto in Italia soprattutto per essere stato direttore artistico del magazine Paso Doble e della rivista Sud, redattore di Nazione Indiana e autore di opere geniali, quali Manifesto del Comunista Dandy (Miraggi Edizioni) e Peli (Fefè Editore).

La storia è quella di Frank, uno squattrinato scrittore che vive a Parigi e che sopravvive, al limite, insegnando a suonare la fisarmonica. Improvvisamente il Comune di un dimenticato paesello della Corsica lo assume per scrivere la biografia di un personaggio inventato negli anni Settanta dal Sindaco dell’epoca. Costui aveva avuto un’idea geniale: costruire un monumento funerario in prossimità di un pericolosissimo tornante che fungesse da monito e invito alla prudenza per gli automobilisti, in cui si rende onore a questo personaggio inesistente, perito proprio a causa d’un incidente stradale.

L’ingegnosa trovata ha fatto ridurre le vittime di sinistri, tanto che il Comune cerca qualcuno per dare un’identità reale a questa persona inventata, che affondi le radici dal passato più remoto fino a una cinquantina d’anni fa, incrociando la storia della Corsica con quella del paesello. Frank parte per l’isola e si getta a capofitto nell’impresa.

La sua narrazione parte dalle Crociate e arriva fino alla seconda guerra mondiale, periodo in cui Frank scopre che gli odi che divisero la Corsica tra partigiani e fascisti sono tutt’altro che sopiti.

La serata passa tranquilla, poi mentre Frank si avvia verso il bordo della piscina si rende conto che qualcuno gli ha rifilato nella tasca della giacca un foglietto. Cerca invano di ricordare la faccia del tipo che poco prima al tavolo dei vini lo aveva spintonato. Sul foglietto, poche frasi: Tu però ti fermi agli anni Trenta, capito? Non bisogna risvegliare i fantasmi del passato. “Aghju capitu da per mè” si era detto Frank, sorprendendosi per quella risposta sussurrata in corso tra sé e sé. Non aveva pensato ad altro né si era voluto soffermare sulla cosa più di tanto. Ora bisognava pensare al concerto e a nient’altro. Questa volta avrebbe cominciato con un triplo omaggio a Tino Rossi, il cantante corso più amato da sempre. Tre diverse canzoni, in italiano, francese e corso. La prima sarebbe stata Parlami d’amore, Mariù e aveva deciso di interpretarla struggente alla Vittorio de Sica.

Con uno stile “prepostumo” che a tratti può ricordare quello de Passaporti, di Giuseppe Marcenaro, di London Orbital, di Iain Sinclair o de Roma, di Vittorio Giacopini, quest’opera di Forlani ha il grande merito di avere un plot originale seppur si muova nella vasta terra dei flâneurs e dei fugueurs. Il gusto della ricerca e del sapere ne L’estate corsa diviene quindi gusto per la vita e per l’esaltazione di esserci, e poco importa che la finzione sostituisca la realtà o si assembli a essa in un processo di verosimiglianza. Come asserisce Frank, l’importante è “evitare di sacrificare la verità in nome della giustizia”.

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