Non molliamo adesso. La situazione climatica mondiale è ormai ben nota ma sembra sempre che manchi qualcosa per far scattare quel senso di comune appartenenza ad un mondo che sta ormai scomparendo. La giornata di oggi, 29 ottobre, a sostegno della lotta al riscaldamento globale, per testimoniare l’urgente necessità di mettere fine ad un mondo (dei fossili) ormai non più necessario, ha quest’anno un significato particolare. Tra i vari obiettivi specifici individuati vi è quello, molto rilevante, di puntare al 40% di riduzione delle emissioni climalteranti entro il 2025 e proporlo poi come riferimento sul quale misurare l’efficacia dei programmi e degli sforzi per realizzarli. Ossia innescare subito un’inversione di tendenza rispetto ai decenni passati che hanno visto, nei negoziati internazionali, rimandare sempre una presa di decisione forte e, soprattutto, utile alla specie umana. Assumere il 2030 come anno di riferimento è un rischio che non possiamo correre, bisogna accelerare.

Anche se non ce n’era bisogno, l’ultimo rapporto dell’Ipcc (Ipcc AR6 Wgi), il sesto del Working group I, ci ricorda ancora una volta che il tempo a disposizione è sempre più limitato. Almeno, come già ricordato molte volte, se intendiamo mantenere certe condizioni di vita sul nostro pianeta. Ma ciò non sarà facile: sono ancora troppi coloro che assumono decisioni per la collettività e che non hanno tra le loro priorità la qualità della vita. Ci auguriamo che lo strepitoso riconoscimento a Giorgio Parisi, Nobel per la fisica, ci aiuti a non dimenticare presto l’urgente necessità di affrontare seriamente il tema del cambiamento climatico. Finora ce ne siamo ricordati solo in occasione di disastri o come nota di colore a margine di articoli su alcuni appuntamenti diventati ormai un’inutile abitudine. Disastri ambientali come uragani, ondate di calore, inondazioni e incendi rappresentano solo un piccolo assaggio di quello che potrà accadere in futuro. E se non interveniamo seriamente ciò avverrà ad una scala che non ci darà scampo. Ci auguriamo che l’imminente conferenza sul clima Cop26 sia utile e soprattutto concreta nell’assumere impegni vincolanti.

Speriamo vivamente che ci si sia veramente convinti della necessità di agire concretamente e subito. E se questo accadrà, grande merito anche alle nuove generazioni che si stanno prendendo carico di un fardello non di poco conto. È grazie a loro e alla loro mobilitazione se nutriamo ancora qualche speranza di vedere a breve un cambio radicale della politica energetica, soprattutto nel nostro paese. Quello che dovrebbe essere il nostro principale attore per la transizione energetica, Eni, si sta invece dando da fare per mantenere l’Italia nell’era delle fonti fossili con progetti – ad esempio il Ccs (Carbon capture and storage), la cattura e stoccaggio della CO2 – che non fanno che allontanare quegli obiettivi che a parole dichiariamo come irrinunciabili e improcrastinabili.

Sono tanti ormai i cittadini che si stanno mobilitando, singolarmente e collettivamente, affinché si cambi strada e solo con la pressione di tutti noi utenti avremo la possibilità di far cambiare rotta e rendere sempre più evidente che non ci possiamo più permettere di danneggiare la nostra salute con le emissioni climalteranti e inquinanti. Gli obiettivi indicati nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sono da considerarsi solo come un punto di partenza e certamente sono da rigettare le varie proposte che arrivano dalla parte avversa.

Con il mondo che cambia alla velocità della luce, come si fa a pensare ad un obiettivo, ridicolo, di riduzione del 25% al 2030 delle emissioni climalteranti come proposto dall’Eni? Non dimentichiamoci il ruolo di Eni che tra l’altro vede tra i suoi azionisti – oltre il 30% – lo Stato (azionista pubblico). Obiettivo in evidente contrasto con il 55% richiesto lo scorso anno dal Consiglio d’Europa dopo che il Parlamento e la Commissione Ue lo avevano già adottato.

Ci auguriamo che lo sforzo che si sta facendo venga ricompensato con l’adozione e successiva attuazione degli obiettivi indicati nel pacchetto denominato Fit 55 per ridurre le emissioni climalteranti di almeno il 55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990. Un passaggio necessario per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050 e avere qualche speranza di non dover stravolgere troppo la nostra vita, oltre a quanto già stiamo facendo, almeno in alcune aree più sfortunate del nostro pianeta. Gli interessi per contrastare questa visione sono ben conosciuti ma, come sempre, sta a noi smascherarli. E certamente aiuta sapere che, a volte, alcune battaglie che sembravano impossibili si possono invece vincere: il 26 maggio scorso un tribunale olandese ha intimato alla Shell di portare al 45% entro il 2030 la riduzione delle proprie emissioni.

È ovvio che un obiettivo del genere sarà più facile da perseguire se aziende e governo lavorassero in sintonia con obiettivi ambiziosi e sostenibili. Tra le grandi aziende energetiche italiane sembra ci sia solo l’Enel ad aver fatto dichiarazioni in parte in linea con la nuova visione, affermando pubblicamente che intende rinunciare a nuovi investimenti sul gas. Non propriamente quello che ci serve per affrontare e risolvere il problema, ma meglio della posizione assunta da Eni che insiste a mantenere le fonti fossili come priorità aziendale: del tutto anacronistico, visti i grandi cambiamenti che stanno avvenendo nel settore. Ad esempio, nel corso del 2020 le maggiori aziende che operano sulle fonti fossili hanno distolto 87 miliardi di dollari da quel mercato e l’Agenzia per l’energia dei paesi Ocse (Iea) ha chiaramente indicato che non vi sono nuovi progetti su petrolio e gas nella loro visione futura (Net Zero by 2050). Le più grandi aziende europee che operano sulle fonti fossili si sono date degli obiettivi sulle fonti rinnovabili al 2030, ad esempio 100 GW per Total e 50 GW per Bp. L’obiettivo che si è posto la nostra Eni è di soli 15 GW. Siamo certi che a guidare il colosso energetico italiano ci siano le persone giuste?

Prendiamo coraggio dai ragazzi che oggi sono scesi in piazza!

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