Eni è stata diffidata dalla Rete Legalità per il Clima, network di giuristi che si occupa di questioni climatiche e che ha curato la redazione dell’atto di citazione contro lo Stato italiano nel primo giudizio climatico lanciato nel nostro Paese. La Rete ha chiesto a Eni, in qualità di “unità economica di impresa pubblica italiana multinazionale” di abbattere subito le emissioni di gas serra provocate, dirette e indirette, di rispettare concretamente un livello di emissioni compatibile con il target di lungo termine indicato dall’articolo 2 dell’Accordo di Parigi, riconosciuto dalla comunità scientifica e che Eni stessa ha dichiarato di voler accettare, di “abbandonare, entro e non oltre il 2022, qualsiasi finanziamento al fossile (come indicato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, ndr), nonché escludere la produzione di idrogeno blu”. E c’è una data, il 10 novembre 2021, entro la quale se la multinazionale non delibererà quanto chiesto, si annuncia una citazione in giudizio.

LA DIFFIDA – Nel documento (arrivato dopo un’altra diffida sempre rivolta ad Eni, a giugno scorso, da docenti universitari, ricercatori ed esponenti di associazioni) il professore Michele Carducci, docente di diritto costituzionale comparato e diritto climatico presso l’Università del Salento e gli avvocati Raffaele Cesari, Veronica Dini e Luca Saltalamacchia hanno sottolineato come le attività di Eni spa “contribuiscono a determinare l’emergenza climatica in atto”, mentre “il piano di decarbonizzazione recentemente presentato dall’azienda è contradditorio e del tutto inadeguato a rimuovere la grave situazione di pericolo esistente”. Secondo la Rete dal Piano strategico dell’azienda “si evince che la Società intende sostituire i contenuti di un’attività foriera di danni (ai sensi dell’articolo 2050 del codice civile sulle responsabilità per l’esercizio di attività pericolose e del Regolamento Ue 2020/852), da essa stessa riconosciuta dannosa per il clima, con altri contenuti altamente aleatori negli effetti positivi e pur sempre dannosi per il sistema climatico”.

QUALCHE DATO – La diffida fa riferimento a diversi studi, tra cui un lavoro del 2017 del Climate Accountability Institute, secondo cui nel 2015, le 224 aziende collegate al mondo delle energie fossili hanno determinato il 91% delle emissioni di gas serra industriali ed oltre il 70% di tutte le emissioni globali. Al 30° posto il gruppo Eni spa “il maggior emettitore di gas serra italiano”. “È evidente – si legge nel documento – non solo l’attuale pericolosità dell’attività di Eni in relazione alla stabilità del ‘sistema climatico’, ma anche la sua responsabilità storica”. Secondo gli ultimi dati nel 2018, per effetto delle sue attività sparse nel mondo, Eni ha emesso complessivamente una quantità di gas serra superiore a quella dell’intero Stato italiano. Circa 537 milioni di tonnellate di CO2 equivalente rispetto alle circa 428 prodotte dall’Italia. Tra l’altro, all’interno della ‘quota italiana’ sono comprese anche le emissioni prodotte da Eni spa sul territorio. Nella diffida si fa presente che “se il livello delle emissioni di gas serra dell’Italia, seppur lentamente, sta scendendo, arrivando (dati Ispra 2019) a 418,281 milioni di tonnellate equivalenti di CO2 “le emissioni prodotte da Eni spa sono destinate ad aumentare”.

IL PIANO STRATEGICO – Eni, come si evince leggendo il sito aziendale, riconosce “le evidenze scientifiche sui cambiamenti climatici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ed è stata tra i firmatari del Paris Pledge for Action, sostenendo gli obiettivi dell’Accordo di Parigi di limitare gli aumenti di temperatura ben al di sotto dei 2 °C”. Inoltre Eni “ha girato l’Italia – ricordano i legali – formando docenti delle scuole sul cambiamento climatico”. Eppure “il piano di decarbonizzazione indica che nel breve periodo è previsto non un taglio, bensì un incremento delle estrazioni di gas e petrolio, con conseguente aumento delle emissioni di gas serra” sottolinea la rete, aggiungendo che dal 2021 al 2024, la produzione fossile crescerà a una media annua del 4%, “addirittura superiore al tasso medio annuo previsto nel piano precedente (periodo 2019-2025), che era pari al 3,5%”. Solo successivamente, la produzione di combustibili fossili inizierà gradualmente a ridursi “ma è evidente – si scrive – che Eni spa continuerà ad utilizzare fonti di energia fossile fino al 2050 (e oltre)”. Si prevede, infatti, di aumentare le emissioni di gas serra sino al 2024 e di iniziare ad abbatterle solamente dal 2025, per arrivare entro il 2030 a effettuare una mera riduzione delle emissioni rispetto ai livelli attuali del 25%. La parte più rilevante della riduzione dei gas serra “viene dal Piano confinata al decennio 2040-2050 con la riduzione del 35% delle emissioni di gas serra e ben il 60% della intensità carbonica”. Ma questo “soprattutto grazie a tecnologie allo stato decisamente aleatorie, quali quelle che prevedono la cattura e lo stoccaggio della CO2 – si scrive nella diffida – o addirittura insostenibili dal punto di vista ambientale e climatico, quali la produzione dell’idrogeno blu”.

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