Il finanziere statunitense Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo, ha un patrimonio personale che nel 2021 ha superato i 100 miliardi di dollari, quasi 30 miliardi in più dell’anno prima. Abitualmente riesce a pagare tasse per circa 2 milioni di dollari l’anno. Significa un’aliquota inferiore allo 0,1% se rapportato all’aumento della sua ricchezza. Questo accade perché Buffett non è ricco grazie al suo stipendio ma perché possiede il 38% della società Berkshire, quotata in borsa. Se i titoli salgono lo fanno anche il valore della quota e quindi la ricchezza del suo possessore. Ma finché Buffett non decide di vendere le sue azioni queste plusvalenze non vengono tassate (in caso di cessione lo sarebbero al 20%, meno rispetto all’aliquota che grava sui redditi di un operaio).

Non significa che nel frattempo Buffett “stringa la cinghia”. Ci sono molti modi per mettere le mani su questi soldi anche senza vendere i titoli. Il più semplice è darli in garanzia a una banca per farsi erogare un prestito. Lo stesso discorso si può fare per tutti i supermiliardari statunitensi (e non solo). Il patron di Amazon Jeff Bezos ha un patrimonio di 197 miliardi di dollari e nell’anno della pandemia ha visto il suo patrimonio salire di quasi 80 miliardi, il fondatore di Tesla Elon Musk supera i 270 miliardi (+ 120 miliardi) e Bill Gates sfiora i 136 miliardi (+ 20 miliardi nel 2020), Larry Page di Google i 125 miliardi (+ 22 miliardi di dollari).

Bisogna partire da dati come questi per capire il senso della proposta di legge che è stata fatta propria dal partito democratico Usa. Si tratta della cosiddetta “billionares tax”, la tassa sui miliardari, che è stata incluse tra le misure proposte per finanziare l’ambiziosa agenda di interventi si sostegno all’economia e ai redditi messa a punto dalla Casa Bianca. Si tratterebbe di un prelievo del 23,8% sulle plusvalenze pagabile nell’arco cinque anni. Un prelievo che andrebbe a colpire le plusvalenze sul valore dei loro asset realizzate dai 700 cittadini più ricchi d’America con patrimoni di oltre un miliardo o 100 milioni di dollari di reddito annuale per tre anni consecutivi. Se approvata, cosa tutt’altro che scontata, la nuova tassa e entrerebbe in vigore dal prossimo anno fiscale.

Le stime sul gettito potenziale sono significativi, solo dai 10 statunitensi più ricchi arriverebbero 275 miliardi di dollari. Elon Musk, che di recente ha spostato la sua residenza dalla California al Texas per azzerare il prelievo, dovrebbe versare circa 50 miliardi di dollari. Jeff Bezos 44 miliardi, Mark Zuckerberg di Facebook 29 miliardi, Warren Buffett 25 miliardi.

Ron Wyden, presidente della commissione finanze del Senato, e altri senatori, tra cui la progressista Elizabeth Warren, sostengono che il provvedimento, insieme alla tassa minima globale del 15% sui profitti delle multinazionali, ridurrà l’elusione fiscale da parte delle società e dei più ricchi, generando centinaia di miliardi di dollari per coprire i maxi piani di Biden, i cui costi dovrebbero oscillare tra 1500 e 2000 miliardi di dollari. La tassa solleva qualche problema sul fronte del monitoraggio dei dati che tuttavia, secondo i proponenti, sono superabili. L’imposta raccoglie una proposta strutturata dall’economista Gabriel Zucman. Ieri Elon Musk di Tesla, in questo momento l’uomo più ricco del mondo, ha commentato la proposta affermando che il prelievo fornirebbe un contributo insignificante alla riduzione del debito pubblico e che i politici dovrebbero quindi focalizzarsi sulla riduzione della spesa statale.

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