di Giuseppe Leocata*

In tanti hanno parlato di infortuni mortali, hanno espresso pareri e ipotizzato soluzioni. Il ministro del Lavoro ha annunciato interventi nella logistica, sull’organico degli ispettori, nell’edilizia, nell’estensione della copertura assicurativa a categorie di lavoratori dipendenti e autonomi oggi esclusi, e più in generale sull’intero versante della sicurezza. Interventi imprescindibili e probabilmente tardivi.

Il presidente dell’Inail ha dichiarato: “Le norme ci sono e vanno rispettate. È necessario un impegno forte e deciso di tutti per realizzare un vero e proprio ‘patto per la sicurezza’ tra istituzioni e parti sociali. Coinvolgere gli attori del sistema nazionale di prevenzione, rafforzare i controlli (l’86% delle imprese controllate risulta irregolare), promuovere una maggiore sensibilizzazione di lavoratori e imprese, potenziare la formazione e l’informazione per costruire una cultura della sicurezza, a partire dalla scuola, dare sostegno economico alle aziende”.

Dichiarazioni corrette ma non sono più sufficienti proclami e in una ‘logica dell’emergenza’, si continua a fare poco e non bastano le parole dell’Ente Assicuratore.

I leader sindacali hanno aggiunto che “l’Italia è uno dei pochissimi paesi dell’Unione europea privi di una strategia nazionale per la salute e la sicurezza sul lavoro” e il leader della Cgil, in un’ottica riduttiva, ha rilanciato la richiesta di una ‘patente a punti’ per le imprese, con un punteggio che calerebbe in caso di violazioni e incidenti fino a far scattare l’esclusione dalle gare o il blocco delle attività.

La diocesi di Prato, a seguito dell’infortunio mortale di Luana D’Orazio, ha parlato di ‘destrutturazione del lavoro dettata dalla crisi, continua riduzione dei costi, de-professionalizzazione, mala-formazione, individualizzazione’. L’agenzia creata dal Jobs Act per accorpare le funzioni di vigilanza di ministero del lavoro, Inps e Inail ha il suo obiettivo ancora soltanto sulla carta per carenza di risorse umane e informatiche, tra cui la mancanza di una banca dati condivisa. Soprattutto nelle piccole e medie imprese spesso c’è trascuratezza: le normative in materia di sicurezza vengono viste come un onere e un costo da ridurre, non un investimento.

Un altro problema è l‘interpretazione burocratica degli adempimenti che riguardano la formazione. Gran parte degli infortuni gravi sono dovuti a mancata valutazione del rischio e a mancata formazione. Esiste, poi, un falso mercato della formazione con soggetti che danno certificazioni senza fare i corsi e società che vendono corsi spesso teorici e in una logica di massimo profitto. In questo contesto le associazioni di categoria talvolta non supportano i loro iscritti in tal senso.

Ancora, Chiara Brusini su ilfattoquotidiano.it affronta anche il problema del coordinamento con le Asl a cui spettano i controlli su salute e sicurezza. Queste “hanno notevoli carenze: il personale è diminuito del 50% negli ultimi dieci anni”, “sono più di 100, fanno capo alle regioni e province autonome e ognuna risponde a un certo orientamento politico; non sono in rete tra loro e non hanno una banca dati comune con Inps e Inail”. Non vi è una strategia nazionale e unitaria sui compiti e le attività dei Servizi di Vigilanza delle Asl, e questi sembrano diventati una realtà residuale che vanno avanti con progetti locali e particolari, senza una visione di insieme della realtà e una reale programmazione.

Nell’ambito dell’igiene e sicurezza del lavoro, oggi ci si deve muovere all’interno di norme molto complesse, frutto del ‘bizantinismo’ del legislatore e che però non è opportuno modificare in un periodo ‘politicamente caotico e debole’ come l’attuale; del resto, penso che non siano sufficienti soltanto le leggi per tutelare la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, è necessaria una cultura collettiva che oggi è decisamente in crisi.

I medici competenti, poi, non possono essere meri esecutori di norme giuridiche stabilite da altri ma figure umane e professionali di riferimento per il lavoratori (questi possono avere maggiori e regolari contatti con questa figura piuttosto che con il proprio medico curante): la loro medicina del lavoro deve continuare a seguire un suo percorso globale e in autonomia, non subordinato a figure tecniche né imbrigliato in gare al ribasso per la sorveglianza sanitaria, e va inserita in un ‘sistema sociale più organico’ rispettoso della professionalità di questi medici, a tutela dei lavoratori e delle imprese, in relazione alle norme e al buon senso.

La vita e la salute di un lavoratore, di ogni lavoratore, non può essere ostaggio della fatalità e neppure della nostra stessa imperfezione di esseri umani. Il criterio primario nell’organizzazione di ogni fabbrica, di ogni attività economica, dev’essere la sicurezza dei lavoratori. Molto, molto prima dell’efficienza e della redditività.

*Medico del lavoro, Ambulatorio Medicina Preventiva Lavoratori – Ospedale Maggiore Policlinico Milano, Esperto problematiche “Disabilità/ vantaggio Sociale e Lavoro”.

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