L’autoimprenditorialità dei giovani al Sud non decolla. Nonostante i risultati delle misure agevolative negli ultimi mesi forniscano segnali incoraggianti, l’inversione di tendenza per cercare di incentivare l’imprenditoria giovanile nel meridione ancora non c’è stata.

Un chiaro indicatore è fornito dai dati di “Resto al Sud”, la misura che agevola l’avvio o l’ampliamento di progetti imprenditoriali nelle regioni meridionali.

Secondo l’ultimo bilancio diffuso da Invitalia, la società controllata dal ministero dell’Economia che gestisce lo strumento, finora sono stati approvati 10.000 progetti ed a settembre le pratiche ammesse sono state 440, il dato mensile più alto dall’avvio nel gennaio 2018. Gli investimenti attivati in quasi quattro anni di operatività sono complessivamente pari a 690 milioni di euro, a fronte di 400 milioni di finanziamenti già erogati, per un impatto occupazionale che viene stimato in 37.000 nuovi posti di lavoro.

Una goccia se paragonata al mare della disoccupazione giovanile nel meridione. Secondo uno studio del 2019 di Confindustria e Srm-Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, i disoccupati nel Meridione sono, infatti, circa 1,5 milioni, il tasso di attività si ferma al 54 per cento e quello di occupazione al 43,4 per cento.

E poi è arrivata la pandemia che ha ulteriormente acuito il gap.

Ma perché, nonostante le iniziative di sostegno che provano a fornire il capitale, quello che spesso manca ai giovani per avviare una impresa, esiste questa resistenza di fondo a diventare imprenditori? In linea generale non è facile essere/diventare imprenditori, soprattutto durante l’età che va dai 18 ai 35 anni, per una serie di barriere.

Innanzitutto esiste un problema di mancanza di consapevolezza delle proprie capacità, dato che circa i due terzi dei giovani intervistati dall’Ocse (fascia 18-30) ritiene di non avere le capacità per essere imprenditore. Si tratta quindi di una carenza di formazione e di skills che, sebbene individua una profonda responsabilità del nostro sistema scolastico ed universitario, non può comunque rappresentare un alibi: occorre colmare il gap attraverso studi e momenti esperenziali inseriti in un programma della durata di almeno 12 mesi.

In secondo luogo c’è la paura di fallire (39,6% a livello Ocse), con l’Italia in penultima posizione (circa il 50%), meglio solo della Grecia. La paura di fallire può rappresentare una barriera decisiva che non si può superare con un contributo a fondo perduto. Pesa evidentemente, in questo caso, il problema irrisolto dell’accezione eccessivamente negativa del fallimento imprenditoriale, che diminuisce gli incentivi a rischiare. Il fallimento, nell’immaginario collettivo del nostro paese, va aldilà del significato giuridico ed è vissuto come un marchio indelebile, uno stigma sociale che mina la stima altrui e l’autostima producendo frustrazione, senso di impotenza e paura.

Tutti dovrebbero essere educati al «rischio» di sbagliare sin dalle scuole elementari. Non ci servono sempre le certezze e le conferme; ci occorrono dubbi e domande per smontare, buttare e ricostruire. Dobbiamo addestrare il pensiero laterale perché ci permette di vedere le cose da più punti di vista, andando anche oltre ciò che i nostri occhi riescono a percepire. A tal proposito una domanda che porrei nei questionari di “Resto al Sud” è: siete abituati ad ottenere successi facendo errori?

Il terzo fattore di disincentivazione alla assunzione del rischio di impresa riguarda la mancanza di una vera motivazione: nel nostro paese è molto più alta rispetto agli altri paesi Ocse la quota degli “imprenditori per necessità”, coloro i quali iniziano un’attività autonoma per mancanza di altre opportunità lavorative (22,1% vs. il 15,8% dell’Ue). Si tratta di un elemento significativo, soprattutto nel Mezzogiorno, caratterizzato in genere da minori chance occupazionali. Il “posto fisso”, magistralmente raccontato da Checco Zalone, nonostante un depresso mercato del lavoro (senza precedenti nella storia del nostro paese), è ancora tra le aspirazioni dei giovani che scontano anche una cultura familiare ancora legata a valori (intesi come redditi) e modelli ormai superati.

Infine non si diventa imprenditori perché una alta percentuale (62%) di domande presentate per la richiesta di sostegno finanziario per una start-up non è ammessa per “mancanza dei requisiti o per esito negativo della valutazione di merito”.

In questa fase, che gli anglosassoni definiscono early stage, è importante una collaborazione professionale per la redazione di un business plan realistico, un documento di programmazione, che determini gli obiettivi che l’imprenditore può raggiungere (e non vorrebbe raggiungere) con la sua nuova impresa o con un progetto (per una impresa esistente), la strategia concreta che intende adoperare per raggiungerli nonché tutti i problemi e i pericoli che potrebbero presentarsi durante questo percorso.

Quante favole ho letto nei business plan che mi sono stati sottoposti durante il mio percorso professionale!

E’ vero che un imprenditore deve essere capace di sognare (non a caso si parla di mission e di vision) ma c’è una netta differenza tra fantasticare e vaneggiare.

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