È successo ancora. In Ecuador abbiamo assistito il 28 settembre ad una strage efferata di persone detenute nel carcere del litorale a Guayaquil (chiamata anche Centro de Privación de Libertad Número 1): un’ecatombe senza precedenti che ha fatto impallidire gli altri orribili massacri del 22 luglio e del 23 febbraio scorso.

Sarebbero 118 i morti e 79 i feriti (si stanno ancora identificando alcuni cadaveri), prodotto di uno scontro per il controllo del narcotraffico tra gruppi criminali afferenti a due cartelli messicani: da un lato il Cartello di Sinaloa e dall’altro il cartello Jalisco Nueva Generación. Anche se alcune versioni parlano della presenza e influenza di bande brasiliane che avrebbero sparigliato la scacchiera criminale della zona. Quel che è certo è che ci sono voluti 5 giorni perché la polizia e l’esercito potessero entrare nel carcere e mettere fine all’ammutinamento più sanguinoso del 2021. Una volta fatto breccia nel penitenziario, la scena è stata agghiacciante. Sangue, cadaveri dappertutto, segni di violenza e tortura, 5 detenuti decapitati e decine di feriti. Nel frattempo, fuori dalla struttura si accalcavano, tra urla e pianti, i familiari dei detenuti, cercando di avere notizie dei propri cari. L’operazione militare di “riconquista” del penitenziario segue all’azione del neoeletto presidente dell’Ecuador, Guillermo Lasso, che venerdì 1 ottobre ha dichiarato lo stato di eccezione nel Paese: misura che avrà una durata di 60 giorni e che mira a salvaguardare l’integrità fisica dei detenuti.

La popolazione carceraria in Ecuador si attesta intorno alle 40.000 persone, di cui 8.542 nel carcere diventato lo scenario di questo bagno di sangue. I problemi del settore penitenziario in Ecuador vengono da lontano e vanno da un tasso di sovraffollamento nazionale del 55% (il 62% nel carcere del litorale), alla sproporzione del rapporto tra guardie carcerarie e detenuti (primicias.ec parla di 1 guardia ogni 27 detenuti), passando per corruzione dilagante e un deficit enorme di controllo reale delle strutture: come dimostrato dai continui ammutinamenti e omicidi. Più di 50 omicidi nel 2019, 103 nel 2020 e 237 le persone assassinate nelle carceri ecuadoregne in questi primi 10 mesi del 2021.

Le bande ecuadoregne che si sono disputate il controllo del carcere sono i Choneros (vincolati al Cartello di Sinaloa) e i Tiguerones, i Lobos e i Lagartos che invece sono legati al cartello Jalisco Nueva Generación. La miccia della scontro sarebbe stata il controllo del padiglione 5 del carcere, dove uno scontro iniziale avrebbe prodotto alcuni morti e scatenato poi una rappresaglia trasformatasi in una vera e propria battaglia campale. Il carcere di Guayaquil (seconda città più importante dell’Ecuador) è un punto cruciale per il traffico della cocaina, giacché da questo enorme porto si articolano le rotte che hanno trasformato l’Ecuador nella “autostrada della cocaina” verso gli Usa e l’Europa. Ad oggi infatti la produzione di cocaina colombiana viene deviata per un 35% verso il vicino Ecuador e da lì mobilizzata e gestita dai cartelli messicani per la commercializzazione ad altre latitudini. A riprova di ciò, il dato fornito dalle autorità ecuadoregne, che nel 2020, nonostante la pandemia, hanno sequestrato ben 128,4 tonnellate di droga nel Paese (l’operazione più grande degli ultimi 10 anni).

Questo episodio, che come abbiamo visto è tutt’altro che isolato, costituisce una vera e propria sfida alla sovranità territoriale e statale del Paese sudamericano, che non sembra avere gli strumenti per opporsi ad un attacco frontale dei cartelli della droga messicani. Anche l’Onu si è nuovamente pronunciata rispetto alla situazione (lo aveva già fatto a febbraio scorso insieme alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani – Cidh) chiedendo un’indagine rapida ed imparziale, ma soprattutto una gestione di crisi come questa che rispetti gli standard internazionali in materia di diritti umani. Da quanto successo nel 2021 si può infatti dire che lo Stato ecuadoregno non è in grado di garantire l’integrità fisica di un detenuto, che spesso si trova in carcere non per una condanna, ma solo in attesa di giudizio.

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