Il giorno dell’esplosione al porto di Beirut, quando saltarono in aria 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio provocando 217 morti, oltre 7000 feriti e 300mila sfollati, segnò una delle pagine più sanguinose e vergognose della storia recente del Libano.

Per almeno 10 volte nei sei anni precedenti le autorità doganali, le forze armate, i servizi di sicurezza e la magistratura avevano messo in guardia rispetto agli enormi rischi legati alla presenza di sostanze chimiche esplosive nell’area portuale della capitale libanese. L’incuria e il disprezzo per le vite umane causarono la strage del 4 agosto 2020. Ma ciò che è accaduto da allora ha aggiunto vergogna alla vergogna.

Sin da subito le autorità hanno cercato di intralciare le indagini. Hanno fatto rimuovere Fadi Sawan, il primo magistrato titolare dell’inchiesta, hanno mandato agenti e civili armati a picchiare i familiari delle vittime che protestavano di fronte al parlamento e, alla fine, hanno raggiunto l’obiettivo: fermare l’inchiesta.

Il primo magistrato è stato fatto fuori dalla Corte di cassazione per faziosità, in quanto la sua abitazione era stata danneggiata dall’esplosione. Anche il secondo, Tarek Bitar, è stato accusato di partigianeria politica. La ragione? Aveva preteso che venisse tolta l’immunità dai procedimenti all’ex primo ministro Hassan Diab, a tre ex ministri e ora parlamentari e aveva osato convocarli per interrogatori.

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