È notizia di queste ore l’arresto a Parigi di Danish Hasnain, zio di Saman Abbas, la diciottenne pakistana che risiedeva con la famiglia a Novellara (Reggio Emilia) di cui si sono perse le tracce lo scorso 30 aprile. Hasnain, che insieme ad altri 5 parenti è indagato per l’omicidio della giovane, secondo gli investigatori sarebbe l’esecutore materiale del delitto e, molto probabilmente, avrebbe provocato la morte della ragazza per strangolamento. La cattura del latitante in esecuzione di un mandato di arresto europeo è stata resa possibile grazie alla collaborazione tra la polizia francese e i carabinieri del nucleo investigativo di Reggio Emilia e su di lui pende la gravissima testimonianza del fratello minorenne di Saman, che avrebbe confessato in una chat ad una persona vicina le modalità con cui sarebbe avvenuto l’omicidio.

Il fratello sedicenne di Saman ora si trova sotto protezione in una comunità perché ha raccontato agli inquirenti di una macabra riunione di famiglia durante la quale i genitori della giovane, insieme allo zio e altri parenti, avrebbero pianificato l’eliminazione della ragazza che rifiutava le nozze combinate in Pakistan con un cugino di 11 anni più vecchio e sognava di vivere la sua vita in Italia frequentando le scuole, amando un suo coetaneo e vestendo all’occidentale. Dei due cugini indagati di Saman, Ikram Ijaz e Nomanhulak Nomanhulak, il primo è stato anch’esso fermato in Francia e si trova attualmente in carcere, il secondo è latitante come i genitori della ragazza, Shabbar Abbas e Nazia Shaeen, che sono fuggiti in Pakistan il 1° maggio.

Anche qualora Danish Hasnain dovesse avvalersi della facoltà di non rispondere come sta facendo Ikram Ijaz e non contribuisse in alcun modo a far luce sul luogo in cui sarebbe stato gettato o sepolto il corpo della povera Saman, sulla base di numerosi e schiaccianti indizi di colpevolezza raccolti dagli inquirenti l’imputazione sarebbe comunque quella di concorso in omicidio premeditato, in attesa che anche i genitori della ragazza, che sarebbero stati localizzati in Pakistan e per i quali la ministra Cartabia ha chiesto l’estradizione, vengano consegnati alla autorità italiane e processati insieme ai coimputati.

Su questa vicenda si è detto e scritto che la cultura e la religione non avrebbero nulla a che vedere con l’efferata decisione di punire con la morte una giovane donna ribelle e la condotta criminale dei parenti di Saman sarebbe sfociata in un delitto del tutto assimilabile ai tanti femminicidi che avvengono nel nostro Paese, delitti dettati dalla cultura maschilista e patriarcale e dal senso del possesso di alcuni uomini così largamente diffuso anche nelle società occidentali, ma ciò è vero solo in parte. Anche se nel Corano non vi è traccia dell’obbligo per la donna di sottostare alla consuetudine del matrimonio combinato e il presidente dell’Unione delle comunità islamiche italiane ha emesso una fatwa proprio contro le nozze imposte, l’onestà intellettuale che non pende né a destra né a sinistra ci impone di chiarire che in alcune zone del Pakistan vigono ancora consuetudini arcaiche e tribali che puniscono l’autodeterminazione e l’anelito alla libertà delle donne con la morte per mano del capofamiglia o di parenti prossimi.

A questo proposito l’Autorità sull’immigrazione e sui rifugiati del Canada, che ospita una vasta comunità di pakistani, ha redatto un dossier sul “delitto d’onore” che nel Punjab, la zona da cui proviene proprio la famiglia di Saman, è noto come “kala kali”. Lo studio realizzato in collaborazione con l’Onu, la commissione per i diritti umani del Pakistan e altre Ong riporta gli ultimi dati raccolti che riguardano l’anno 2012 e registra 322 donne uccise perché hanno rifiutato matrimoni combinati, hanno commesso adulterio o hanno avuto esperienze sentimentali e sessuali prima del matrimonio. In particolare il “kala kali” prevede l’eliminazione della donna per strangolamento e spesso si attua anche la distruzione del cadavere facendolo a pezzi con un’ascia. Le similitudini con il caso della giovane pakistana di Novellara sono inquietanti ed innegabili se pensiamo alla testimonianza del fratello della ragazza quando scrive all’amico che lo zio Danish l’ha strangolata e quando confessa agli inquirenti la raccapricciante riunione di famiglia con una voce maschile che avrebbe detto: ”io faccio piccoli pezzi e se volete porto anche io a Guastalla…..buttiamo là perché così non va bene. Lei fa troppe cose….mette pantaloni…..fuori dalla mussulmana”.

Se Saman è stata uccisa dalle persone che più di chiunque altro avrebbero dovuto amarla e proteggerla, dobbiamo chiederci senza pregiudizi e senza infingimenti quante altre Saman corrano il rischio di fare la sua stessa tremenda fine, senza negare che un femminicidio non ha connotazioni etniche e religiose, ma senza negare neppure che in alcune zone del mondo la legge che garantisce la libertà di ogni individuo è ancora oggi minata da tradizioni tribali e fondamentaliste che nel 2021 sono ancora difficili da sconfiggere.

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