Gioite per le angherie inflitte in carcere ai fratelli Bianchi eppure cantate “Il Pescatore” con trasporto. Vi reputate dei Veri Cristiani eppure gareggiate a chi scaglia la prima pietra. Annuite compìti quando il prete a messa dice “Non giudicare e non sarai giudicato”, eppure vi sentite in grado di dire che “quelli non sono esseri umani e quindi ben gli sta”. Non vi sentite incoerenti?

Ammetto: anch’io ho provato un attimo di soddisfazione nel vedere che quegli assassini razzisti venissero trattati con una frazione minima del male che hanno causato. Specie dopo le interviste ai famigliari e la pubblicazione di intercettazioni da cui non emerge rimorso alcuno per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte. Anch’io ho avuto intimi desideri di vendetta. Ma non posso augurarmi che nelle carceri dello Stato accada tutto ciò che desidero. Non posso sentirmi al sicuro sapendo che nel mio paese dei detenuti senza possibilità di difendersi, vengano dati in pasto agli sfoghi dei compagni di cella.

Non è per nulla una questione di empatia: è che carceri violente creano criminali rabbiosi e violenti, con figli e parenti rabbiosi e violenti. E quando queste persone lasceranno il carcere, quest’odio ci tornerà indietro. E spesso non torna contro di noi che tuoniamo alla giustizia severa, ma contro le famiglie delle vittime che hanno denunciato. Prima ancora che il detenuto torni in libertà, parenti e compàri si possono presentare fuori dalla porta di casa. E’ questo un motivo per cui spesso le vittime di reati non denunciano, per non parlare del caso in cui il colpevole sia un famigliare. In questo caso, la vittima può avere paura a denunciare anche per paura di fare “troppo male” al colpevole, nella speranza che “dopo questa volta ha imparato la lezione: non mi farà male mai più”.

Se vi è mai capitato di vendicare un torto subìto, avrete notato che la soddisfazione della vendetta è svanita in fretta, lasciando lo spazio alla desolazione e alla consapevolezza che ciò che vi è stato sottratto non è tornato e non tornerà mai. Forse conviene a tutti recuperare un po’ la ragione e renderci conto che la vendetta non basta a ripagare i danni, e non serve nemmeno.

La disumanizzazione dei criminali, poi, fa male alla memoria delle vittime. Pensate ai fratelli Bianchi: giornali pieni di foto con fisici scultorei, racconti della loro storia maledetta, una vita fra edonismo e sprezzo delle regole. Un voyerismo malcelato dietro la narrazione degli omicidi come bestie inarrestabili e dai poteri sovrumani. Sembra quasi che Willy non sia mai esistito. Mi rifiuto! Se Willy è stato ucciso è per la forza dirompente del suo coraggio e della sua generosità. Altro che mostri: quei due hanno reagito con forza a un’umiliazione enorme: due machos sfidati da un ragazzo esile che non è stato zitto.

Forse è per questo che ci crogioliamo nella soddisfazione per la vendetta. Perché ci scagiona dalle tante volte che noi abbiamo voltato gli occhi di fronte a un sopruso, le volte che “non siamo razzisti, ma…”, le volte in cui abbiamo visto un immigrato trattato a pesci in faccia e ci siamo detti che era normale. Dovremmo elevarci all’altezza di Willy prima d’intestarci la sua memoria e usare il suo nome per invocare il sangue dell’assassino.

Allora dimentichiamo quei poveretti e non lasciamo che l’odio per loro ci faccia tollerare l’ingiustizia che c’è nelle carceri. Al posto dei fratelli Bianchi potrebbe esserci qualunque altro detenuto. Forse può capitare anche a voi di vedere un fratello tossico, un amico che si è perso per strada, uno zio accusato di frode al fisco, finire in galere in attesa di giudizio. Allora, quando vedrete quell’amico o quel fratello, dopo la lettura della sentenza, darvi un ultimo sguardo prima di essere risucchiato nelle patrie galere, pregherete con tutto il cuore che incontri detenuti umani e non delle bestie.

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