C’è una prima volta per tutti. Anche per la cosca Cataldo, protagonista diversi anni fa della faida di Locri contro i Cordì: si è pentito Antonio Cataldo, 57 anni, più della metà trascorsi in carcere. Esponente della ‘ndrangheta della Locride, dopo anni trascorsi a fare il confidente dei Carabinieri, a giugno ha saltato il fosso e ha iniziato a collaborare con la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Condannato a 8 anni nel processo “Mandamento Jonico”, la notizia del suo pentimento è stata pubblicata stamattina dalla Gazzetta del Sud dopo che a Locri, nel maxiprocesso “Riscatto-Mille e una notte”, il sostituto procuratore della Dda Giovanni Calamita ha depositato due verbali redatti il 20 e 28 luglio scorsi.

Al pm della Distrettuale, il neo pentito ha svelato anche un progetto di attentato al figlio del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Gliene parlò in carcere, a Reggio Calabria, Guido Brusaferri, un esponente di spicco della cosca Cordì, la famiglia di ‘ndrangheta avversaria dei Cataldo: “Nonostante la pace e i buoni rapporti, io li considero comunque nemici: sono loro che hanno fatto uccidere mio fratello e mio zio… Mi ha dato lui la noti… quella cosa per il dottore, per il figlio del dottor Gratteri”. I fatti si riferiscono al 2013 quando il magistrato – allora procuratore aggiunto e capo della Dda di Reggio – era in pole position per diventare ministro della Giustizia nel governo Renzi. Poi – come più volte ha affermato lo stesso Gratteri – dopo l’incontro tra l’ex segretario del Pd e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la nomina sfumò.

“Nel 2013 – ha affermato Antonio Cataldo – eravamo detenuti insieme al carcere di Reggio Calabria ed abbiamo parlato di argomenti di ‘ndrangheta: lui, ad esempio, mi ha raccontato del progetto di compiere un attentato al figlio del dottore Gratteri che in quel momento era stato proposto come ministro della Giustizia. Nel 2013 l’unico argomento associativo di cui ho parlato con Brusaferri e il proposito di attentato al figlio del dottore Gratteri”. Non è stata l’unica volta che la ‘ndrangheta tenta colpire i figli del procuratore di Catanzaro. Nel gennaio 2016, infatti, il ragazzo sventò un sequestro di persona a Messina dove studiava all’università. Era gennaio, infatti, quando due soggetti, spacciandosi per finti poliziotti, tentarono di introdursi nello stabile in cui abitava il figlio di Gratteri.

Tornando alle rivelazioni di Cataldo, il pentito spiega anche le ragioni per le quali la ‘ndrangheta nel 2013 voleva mandare un messaggio al procuratore di Catanzaro: “Tra noi detenuti, in particolare quelli di Locri, c’era allarme per questa sua nomina: temevamo in particolare leggi più ferree e Brusaferri mi tranquillizzò dicendo tanto tra poco sistemano il figlio”. Cosa significava questa frase, il neo collaboratore lo spiega ai pm. In sostanza, le cosche non volevano sparare al figlio del magistrato: “Lo avrebbero investito con una macchina”. Tutto per evitare che Gratteri diventasse ministro della giustizia. Cosa che sfumò non grazie alla ‘ndrangheta, ma alla politica.

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