“Il 73% delle piccole imprese ha difficoltà a trovare lavoratori“. “I sussidi pagati con le vostre tasse incentivano la pigrizia“. “Qualcuno a un certo punto ha realizzato: ‘Ehi, non è così male: posso stare sul divano e incassare l’assegno'”. Non sono commenti di Matteo Renzi, Matteo Salvini o del numero uno di Confindustria Carlo Bonomi sul reddito di cittadinanza e il presunto “effetto divano” per cui i beneficiari rifiuterebbero posti di lavoro stagionali a basso salario. Il copyright è del canale tv conservatore statunitense Fox News. Perché nei mesi scorsi una polemica identica a quella italiana è andata in scena negli Usa, dove nel mirino dei governatori Repubblicani sono finiti gli assegni di disoccupazione “appesantiti” di centinaia di dollari a settimana durante il picco della pandemia. La preoccupazione? Diventare una “Nation of Takers“, titolo di un libro del demografo di orientamento conservatore Nicholas Eberstadt la cui libera traduzione italiana potrebbe essere il “Sussidistan” paventato da Bonomi. La notizia però è che quella narrazione non regge alla prova dei dati: negli Stati che hanno tagliato i sussidi le imprese continuano a non trovare manodopera (almeno alle condizioni che offrono). L’occupazione non è aumentata e il numero di posti vacanti è rimasto identico a prima o quasi.

Il motivo è presto detto, secondo il premio Nobel Paul Krugman: l’economista ha spiegato sul New York Times che la pandemia ha probabilmente “consentito a molti americani di rendersi conto che cosa è importante per loro. E alcuni hanno realizzato i soldi che ricevevano per lavori poco piacevoli semplicemente non erano sufficienti. Ora non vogliono tornare alla loro vecchia occupazione se non a fronte di un aumento di stipendio sostanziale e/o condizioni di lavoro migliori“. La penuria di manodopera, insomma, si ridurrà solo quando saranno le imprese ad allargare i cordoni della borsa e rinunciare a una fetta di profitti per remunerare di più i lavoratori. E i sussidi non c’entrano. Peraltro la decisione degli Stati repubblicani ridurre gli aiuti, presa invocando la necessità di mettere benzina nel motore della ripresa, rischia di trasformarsi in un boomerang: ora i lavoratori disoccupati diminuiranno per forza di cose i consumi, danneggiando le economie locali che in base al teorema del “divano” avrebbero dovuto trarne vantaggio.

“A lot of pain for very little gain“, letteralmente “molta sofferenza per molto poco guadagno”, ha commentato Paul Krugman sul New York Times. Sottolineando che probabilmente “quello che davvero vogliono i conservatori è tagliare i benefit, e l’effetto incentivo è solo una scusa per farlo. E’ chiaro che ad alcuni politici semplicemente non piace aiutare i poveri e i quasi poveri, a dispetto dell’economia“. Ma i numeri, come detto, smascherano la scusa per quello che è: dal report di agosto del Bureau of Labor Statistics, il primo da quando in giugno metà dei 50 Stati federati (tra questi Texas, Florida e Georgia) ha tagliato i sussidi extra finanziati con risorse federali, non emerge alcuna evidenza di un impatto sull’occupazione.

“Era più o meno quello che gli economisti che hanno studiato questi argomenti si aspettavano“, chiosa il premio Nobel. Del resto, “dall’inizio della pandemia ci sono state forti fluttuazioni dell’integrazione federale ai sussidi: da nulla a 600 dollari alla settimana, poi di nuovo nulla, poi 300 dollari a settimana. E non hanno avuto un forte impatto sull’occupazione”. I motivi sono vari, spiega l’economista. Da un lato è probabile che già prima dei tagli qualcuno avesse comunque accettato offerte di lavoro economicamente non appetibili perché voleva avere qualcosa in mano in vista della probabile fine degli aiuti statali. Per questa platea nulla cambia. Sul fronte opposto c’è il gruppo formato dagli americani che sono riluttanti a tornare al lavoro in presenza a causa del rischio di contagio, della mancanza di servizi per l’infanzia e del fatto che “alcuni durante la pandemia si sono resi conto di quanto odiavano i loro vecchi lavori”. In un precedente fondo, Krugman aveva già affrontato la questione, evidenziando come da questo punto di vista la carenza di lavoratori sia un fatto salutare. Perché per farli tornare serviranno forti aumenti di stipendio, “ben superiori rispetto al trend pre Covid”.

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