A quasi mezzo secolo dalla caduta di Saigon, le scene terrificanti che arrivano nelle nostre case da Kabul sembrano déjà-vu della guerra fredda, quando il prezzo del benessere postbellico dell’Occidente era la guerra permanente, un conflitto che Washington e Mosca combattevano lungo i confini che loro avevano tracciato tra mondo libero e comunismo. Anche la guerra in Vietnam è durata vent’anni ed anche allora si cercò prima di distruggere il nemico, poi di contenerlo infine si cercò di dar vita ad una società funzionante che gli si potesse contrapporre. Nessuna di queste opzioni funzionò e così si decise di riportare le truppe a casa. Le similitudini finiscono qui.

La sconfitta americana in Afghanistan è immensamente più seria in termini simbolici ed anche in termini reali della caduta di Saigon e della capitolazione sovietica in Afghanistan. Saigon venne conquistata dalle truppe comuniste due anni dopo l’evacuazione di quelle americane, i mujaheddin impiegarono tre anni ad entrare a Kabul dopo il ritiro sovietico del 1989, Kabul, invece, è caduta in mano talebana tre settimane prima della data ufficiale del ritiro degli americani.

In termini reali, l’occupazione apparentemente pacifica di Kabul quando i soldati statunitensi sono ancora presenti, ci ricorda che se è vero che la storia si ripete il presente non è mai identico al passato. Nel 1975 la tensione “fredda” tra i due blocchi, quello filosovietico e comunista da una parte e quello coccolato dal sogno americano dall’altra, era ormai consolidata e si avviava a rimanere contenuta in aree specifiche del mondo, il Vietnam era una di queste. Nel 1989, invece, sulla scacchiera geopolitica della guerra fredda l’Unione Sovietica aveva subito scacco matto, la partita era finita. Oggi il nuovo conflitto geopolitico, che potrebbe anche non rimanere freddo, è agli albori, siamo, insomma all’inizio della partita a scacchi tra Cina e suoi alleati da una parte e Stati Uniti ed alleati dall’altra. L’Afghanistan è un fante che Washington ha appena perso mettendo a rischio altre pedine.

Secondo molti analisti la mossa di abbandonare Iraq, Siria e Afghanistan è strategica. Joe Biden, come Trump ed Obama, volevano porre fine alla guerra infinita iniziata da George W. Bush contro il fondamentalismo islamico perché è un nemico tanto, troppo elusivo. Il pericolo è che questo tipo di nemico assorba troppe risorse, troppa energia e finisca per far distrarre la leadership americana dal nemico concreto, la Cina. Analisi, questa, che non fa una grinza, peccato che ormai la sovrapposizione del nemico elusivo con quello concreto sia in moto da tempo. Come è possibile?

La nuova guerra fredda non è ideologica né religiosa, non ha bisogno di foglie di fico, è volutamente brutale, apertamente economica e di supremazia. La Cina ce lo ha detto ripetutamente ed anche i talebani, il regime siriano, quello turco e, naturalmente, anche Putin lo hanno ammesso. L’alleanza tra questi sistemi non avviene sotto la bandiera rossa né sotto quella di Allah, ma in nome del denaro e del potere. Ecco perché Pechino può sopprimere i musulmani in casa e fare affari con i Talebani all’estero. Ma non basta. A Pechino importa poco la condizione delle donne afghane o la corruzione siriana, il regime cinese non è ostaggio dell’opinione pubblica ed al popolo cinese non interessa cosa succede fuori dei confini nazionali, la politica estera non esiste se non minaccia la propria vita. Neppure in Russia si manifesta contro le atrocità commesse in Siria dalle forze speciali russe, chi ha il coraggio di scendere in piazza lo fa per ribellarsi contro gli abusi in casa loro.

Anche negli Stati Uniti, dove c’è democrazia, la gente è stufa di pensare alle tragedie in terra straniera, agli americani della politica estera importa solo quando tocca il loro portafoglio. La maggioranza di loro concorda con Joe Biden che l’obiettivo delle guerre in Medio Oriente era far fuori Bin Laden ed al Qaeda non di trapiantare in questa regione i germogli della democrazia. E quindi è bene riportare i soldati a casa e smettere di spendere i soldi del contribuente per una guerra già vinta. Solo gli europei sembrano voler rimanere aggrappati a principi encomiabili come la difesa dei diritti umani, ma anche loro si limitano a fare petizioni su facebook ed a raccogliere collette. I corridoi umanitari? Certo, se ne parla, ma per ora siamo ad agosto, i governi ed i parlamenti sono in vacanza, ci penseranno a settembre intanto i Talebani fanno “pulizia” in casa.

Gli europei, comunque, in Afghanistan erano in seconda linea. I dati del Watson institute for international public affairs della Brown university ci dicono che gli americani hanno perso 2.442 soldati regolari e 3.846 contractors, essenzialmente mercenari, gli alleati 1.144, ingenti sono invece state le perdite delle truppe afgane, 69mila. Il nemico, composto da jihadisti locali e stranieri ha perso 51.191 uomini, poco più delle perdite civili, 47.245. Il costo complessivo per il contribuente americano è stato di 2.261 miliardi di dollari. Tanto, troppo. E per i talebani? Basta guardare i dati della esportazione di eroina, è stata quella polvere bianca la loro manna dal cielo.

È dunque ora di riportare i ragazzi americani a casa come era ora di farlo nel 1975 dopo che 58mila ragazzi avevano fatto rientro nelle bare che volavano da Saigon in un surreale viaggio di ritorno sugli stessi aerei con i quali Washington aveva portato loro e tanti altri nel Vietnam, a combattere una guerra impopolare come quella in Afghanistan. Allora come oggi il ritiro delle truppe avvenne senza una vittoria ma con una sconfitta mai pubblicamente dichiarata che prolungò la guerra fredda per altri 15 anni. E forse è questa la similitudine più agghiacciante tra le due guerre ventennali americane.

È vero: il corpo di Bin Laden giace in fondo all’oceano, la vecchia al Qaeda non esiste più ma a Kabul sono tornati i Talebani, quelli del Califfato, tanto fondamentalisti quanto i loro amici dell’Isis, con i quali sono in contatto perché entrambi fanno parte della rete del jihadismo mondiale, una rete che anche se allentata è ancora ben avvinghiata al nostro collo. E presto tornerà a stringercelo. Ma non basta, oltre confine il califfato talebano 2.0 oggi ha nuovi alleati, si trovano a Mosca, a Pechino, a Istanbul ma anche nel Golfo Persico, in quegli Stati ricchi grazie al petrolio dove la futura leadership ha vissuto in esilio nell’agio e nel rispetto che quel mondo manifesta ai futuri califfi.

Nemico elusivo e nemico reale si sono alleati da tempo, quando ce ne accorgeremo?

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