Da qualche tempo a questa parte una certa politica ha cominciato a vivere con sempre maggiore insofferenza le prese di posizione di alcuni accademici che, nell’ambito della libertà loro concessa innanzitutto come cittadini e poi come professori e intellettuali, hanno criticato questo o quel politico oppure l’azione del governo dei “migliori”. I politici in questione hanno pensato bene, di fronte alle critiche, di chiedere la testa di quegli accademici scomodi che avevano osato esercitare la funzione della parresia che, a dirla tutta, è invece così carente in un paese in cui praticamente tutti si spellano le mani per Mario Draghi e il suo governo.

È successo qualche giorno fa anche a Tomaso Montanari, colpito dall’anatema di Teresa Bellanova, pasionaria renziana alle infrastrutture. Montanari è stato considerato reo di aver usato parole poco consone a un neo-rettore (Montanari peraltro lo sarà tra un paio di mesi) per aver criticato, con parole certo dure, l’ennesima uscita sul “Ponte sullo Stretto”, che non si sa bene se sia più utile come progetto o per “mobilitare il pregiudizio”, tanto per usare un’espressione di due pensatori del neo-elitismo che con essa intendevano stigmatizzare la politica della non-decisione: dirottare il dibattito sul binario morto di questioni oziose.

Sia come sia, Italia Viva si è nuovamente lanciata all’attacco di un professore universitario, come aveva fatto di recente Fratelli d’Italia con Simon Levis Sullam, che aveva pubblicato una foto (non sua, pare) del libro della Meloni messo sottosopra, e come aveva fatto ancora Italia Viva con Piero Vereni, antropologo di Tor Vergata, fatto oggetto di un’interrogazione di Davide Faraone e di Riccardo Nencini per aver rivendicato la contestazione di Craxi al Raphael e per essersi chiesto, con evidente provocazione (verrebbe fatto di dire: da antropologo), cosa sarebbe successo se all’epoca la folla si fosse impossessata del corpo di Bettino e lo avesse divorato.

Nell’interrogazione si legge del comportamento “visibilmente facinoroso” e “socialmente pericoloso”, di “conclamata inclinazione violenta” che non mostra “pentimento”. Ma lascerei perdere questo evidente delirio per tornare al punto. In una fase storica in cui il consenso attorno al governo è, si sarebbe detto una volta, “bulgaro”, si pretende dai professori universitari che essi, piuttosto che esercitare il pensiero critico (certo nel rispetto di codici etici e leggi civili), non disturbino il manovratore, abdichino alla funzione che, come ha sostenuto anni fa Terry Eagleton per segnalare la morte imminente delle humanities, sarebbe loro propria, tra le altre, ovvero di produrre critica e cittadinanza attiva.

Che un professore come Montanari, da anni impegnato sui temi della tutela del territorio e del patrimonio storico, artistico e paesaggistico, debba essere tirato per le orecchie da Bellanova per aver detto che il progetto del Ponte sullo Stretto è la solita boutade di personaggi di dubbio spessore, è grottesco. Tanto più in un periodo in cui quel progetto risulta ancora più assurdo, poiché si proporrebbe di collegare una terra martoriata che va a fuoco perdendo importanti foreste, quando se c’è un’emergenza sulla quale investire i soldi pubblici quella è proprio l’emergenza incendi e in generale la messa in sicurezza del territorio, come ha spiegato Tonino Perna su Avvenire.

Che la Calabria devastata dal fuoco e il paese tutto non si lascino abbindolare da queste sirene è un obiettivo nobile che Montanari ha piena ragione di perseguire, con buona pace di una politica che mostra di temere quel poco di dissenso che nel paese ancora esiste e che per fortuna si esprime anche nell’università.

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