I titolari di bar e ristoranti “non potranno chiedere la carta d’identità ai clienti” per verificare la titolarità del green pass. Lo ha chiarito il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese in visita a Torino, dove ha partecipato al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, rispondendo alle domande dei giornalisti. Il Viminale – ha aggiunto poco dopo, intervistata in diretta streaming dal quotidiano La Stampa – emetterà “una circolare per spiegare che non sono tenuti a farlo. Nessuno pretende che gli esercenti chiedano i documenti, i ristoratori non devono fare i poliziotti“, dice, in risposta alle proteste delle associazioni di categoria sul tema. Ribadisce però che entrare al ristorante col green pass “è come andare al cinema e mostrare il biglietto” e che i gestori dei locali sono tenuti a controllare i qr code. “La regola è che venga richiesto il green pass senza il documento di identità”, riassume.

La ministra non ha escluso “controlli a campione nei locali insieme alla polizia amministrativa”, anche se – ha spiegato – “non si può pensare che l’attività di controllo venga svolta dalle forze di polizia. Significherebbe distoglierle dal loro compito prioritario che è garantire la sicurezza”. Per quanto riguarda le manifestazioni anti-green pass, invece, “non abbiamo segnali evidenti di infiltrazioni, clamorose violenze ad oggi non ci sono state”, ha detto. “Da quando è iniziata la pandemia – ha aggiunto – abbiamo fatto 50 milioni di controlli. L’impegno è stato tanto”, ma “ora siamo in una fase successiva”, la fase “in cui molti hanno fatto il vaccino e l’economia è in ripresa, è importante rispettare le regole, sono fiduciosa“.

“Apprezziamo le parole del ministro Lamorgese sul fatto che non spetti ai gestori controllare i documenti, perché questo andrebbe oltre i loro doveri, ma è bene che si faccia chiarezza: se una persona esibisce un Green pass di un’altra persona e viene scoperto nei controlli a campione della polizia, un barista non può esserne responsabile e rischiare a sua volta una sanzione. Perciò bisogna intervenire sul quadro sanzionatorio: si modifichi la norma o almeno si diffonda una circolare ministeriale”. Così il direttore generale della Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe) di Confcommercio, Roberto Calugi.

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