Le Olimpiadi sono vittorie, delusioni, polemiche e non solo. Nella storia dei Giochi trova posto, purtroppo, anche il doping. E non da pochi anni. L’utilizzo di sostanze dopanti è una pratica documentata già dalle origini, ma fino agli anni ‘60 non esisteva una struttura di controllo. Il rapporto tra Olimpiadi e doping raccontato in sei storie:

St. Louis 1904, Thomas Hicks il primo caso (non sanzionato)
Siamo nell’era pionieristica dello sport e dei Giochi. A St. Louis si svolgono le terze Olimpiadi moderne. A vincere la maratona è l’americano Thomas Hicks. La sua vittoria arriva anche grazie a un aiuto “esterno”. Per ben due volte il suo allenatore gli somministra del solfato di stricnina (uno stimolante al tempo molto diffuso) tramite iniezione. Nonostante il palese aiuto, Hicks non viene squalificato. Nel 1904 l’antidoping è ancora di là da venire.

La morte di Enemark, la nascita dell’anti-doping e la prima squalifica
Siamo a Roma, 1960. Il ciclista danese Knud Enemark Jensen cade durante la 100 chilometri a squadre ed entra in coma. All’inizio si pensa a un malore dovuto al caldo, ma poi arrivano gli esiti dell’autopsia. A Enemark vengono trovati diversi tipi di anfetamine in corpo. A seguito di questa tragedia, nel 1967, il Comitato olimpico prende una decisione: istituire una commissione medica per iniziare i controlli antidoping. La prima squalifica olimpica per doping arriva nel 1968 a Città del Messico. Il protagonista è lo svedese Hans Liljenwall. È un atleta del pentathlon e viene trovato con una quantità di alcol nel corpo superiore al consentito.

Seul 1988, Ben Johnson
Forse il caso di doping alle Olimpiadi più famoso, quello che segna uno spartiacque. Carl Lewis, il Figlio del Vento, batte il record del mondo nei 100 metri. Eppure è secondo. A vincere l’oro (e a conquistare il primato mondiale) è Ben Johnson: 9”79. Una prestazione incredibile del canadese. Forse troppo. Pochi giorni dopo Johnson effettua un controllo antidoping. Il risultato non lascia dubbi: steroidi. La sua vittoria viene immediatamente cancellata e la medaglia d’oro assegnato a Carl Lewis. Scontata la squalifica Johnson prova a rimettersi in discussione ma nel 1993 viene nuovamente trovato positivo. Stavolta per lui arriva la radiazione.

Sydney 2000, Marion Jones
A Sydney 2000 è stata la regina incontrastata dell’atletica femminile. Cinque medaglie olimpiche, tre d’oro (nei 100 e 200 metri e nella staffetta 4×400) e due di bronzo (nel salto in lungo e nella staffetta 4×100). Un dominio che aveva elevato Marion Jones nell’olimpo delle più grandi velociste di ogni epoca. Poi arriva il 2007 e tutto si scioglie. Dopo essere stata accusata di doping ed essere stata coinvolta nelle indagini su una casa farmaceutica americana, la BALCO, Marion Jones ammette di aver assunto sostanze proibite prima, durante e dopo i Giochi Olimpici di Sydney di sette anni prima. Il verdetto è scontato: restituzione di tutte le medaglie vinte.

Atene 2004, il caso Kenteris-Thanou
Non è un caso di doping vero e proprio. Questo perché di squalifiche per assunzioni di sostanze proibite non ce ne sono. I greci Kenteris e Thanou dovevano essere la coppia d’oro dell’Olimpiade di casa, ad Atene. Quattro anni prima, a Sydney, avevano ottenuto rispettivamente l’oro nei 200 metri e l’argento nei 100. Prima dell’inizio dei Giochi devono sostenere un controllo anti-doping. Routine per qualsiasi atleta. Solo che i due non si presentano, giustificando la loro assenza con un incidente in moto. Passa poco tempo e Thanou e Kenteris annunciano di voler rinunciare alla rassegna. Verranno squalificati per violazione delle procedure antidoping.

Londra 2012, Alex Schwazer
Alex Schwazer
è il campione olimpico in carica della marcia e la grande speranza azzurra nell’atletica. Arriva a Londra da grande favorito nella 50 chilometri. Alla vigilia dei Giochi viene però trovato positivo a un controllo anti-doping. Il Tribunale Nazionale Antidoping lo squalifica fino al 29 aprile 2016. Pochi giorni dopo, durante una drammatica conferenza stampa, Schwarzer ammette le sue colpe e si sfoga, raccontando tanta della sua esperienza: “Ho comprato l’Epo in Turchia. Volevo che tutto finisse”. Rientrato in attività si qualifica alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016. Un mese e mezzo prima però viene trovato ancora positivo. Schwarzer stavolta si dichiara innocente e accusa la IAAF (oggi World Athletics) e la WADA. È appena cominciata una battaglia legale che ancora oggi non vede fine.

Twitter: @giacomocorsetti

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