Il 6 agosto 1978, ovvero 43 anni fa, san Paolo VI moriva nella residenza estiva dei Pontefici, Castel Gandolfo. L’ultimo comunicato della Sala Stampa della Santa Sede precedente il decesso di Montini non faceva presagire la fine imminente di quel pontificato durato 15 anni. Ma, nella tarda serata di quel giorno in cui la Chiesa cattolica celebra la festa della Trasfigurazione, il cuore del Papa bresciano si fermò mettendo in serio imbarazzo tutta la comunicazione vaticana del tempo.

Una lezione sempre attuale per i comunicatori, soprattutto ecclesiali, di ieri e di oggi. Una pagina davvero drammatica per chi era chiamato all’epoca a guidare i media vaticani. Quei mezzi di comunicazione che, proprio sotto il pontificato montiniano, i padri conciliari avevano definito “meravigliose invenzioni tecniche” nel primo documento emanato dal Vaticano II, il decreto Inter mirifica.

Eppure, proprio durante il regno di Montini, la comunicazione della Santa Sede aveva clamorosamente fallito. Lo si era visto, anche in modo abbastanza goffo, nel 1968 quando san Paolo VI pubblicò la sua ultima enciclica, l’Humanae vitae. Un testo contestatissimo perché il Papa, in una scelta totalmente autonoma e perfino solitaria, chiuse le porte a ogni tipo di contraccezione.

Chi guidava le fila della comunicazione vaticana non seppe difenderlo. Forse non fu in grado davanti alle numerose caricature che scandivano quel pontificato: “Paolo mesto”, “Papa amletico”… Forse non volle perché Montini è sempre stato un uomo molto scomodo e sgradito alla Curia. Perfino prima di essere eletto Papa, nel 1963, dopo la morte di san Giovanni XXIII che lo aveva profeticamente indicato quale successore nominandolo come primo dei suoi cardinali nel concistoro del 1958.

Montini, a lungo prezioso braccio destro di Pio XII nella Segreteria di Stato, era talmente indigesto alla Curia che convinsero Pacelli, nel 1954, a spedirlo quale arcivescovo di Milano. Da lì tornò Papa, nove anni dopo, non per riparare l’esilio a cui era stato costretto senza porpora per evitare che entrasse nel conclave che elesse Roncalli dopo la morte di Pio XII. Bensì perché a Milano quel fine diplomatico di Montini si rivelò un pastore con l’odore delle pecore, per usare un’espressione tanto cara a Francesco.

Non visse quell’episcopato inatteso da esiliato. Non lo visse da recluso all’interno dei confini della pur vasta arcidiocesi ambrosiana, la più grande d’Europa. Non lo visse con le recriminazioni per come Pio XII e tutta la vendicativa Curia romana lo avevano trattato preferendogli poi il cardinale Domenico Tardini come segretario di Stato del neo eletto Roncalli. Ma lo visse come un pastore ed è altamente significativa la grande missione di Milano che egli realizzò nel 1957.

Montini capì che quella capitale economica e industriale, che proprio in quel periodo stava conoscendo un’espansione notevole, aveva bisogno di essere rievangelizzata. E lo fece, senza perdersi d’animo, da pastore e non da diplomatico. Per questo motivo tornò a Roma da Papa. Milano provò sul campo Montini, dopo la lunga e fruttuosa esperienza nella Segreteria di Stato, e ne dimostrò la grandezza pastorale.

Quella grandezza che egli seppe riversare nel suo pontificato. Dapprima governando con mano ferma, prudente e saggia il Concilio Ecumenico Vaticano II lasciatogli in eredità dal suo diretto predecessore, che rischiava di naufragare col rischio di ulteriori scismi all’interno della Chiesa cattolica. E poi nella stagione, non certo più facile, del post Concilio. Fino a quella terribile delle Brigate Rosse con il barbaro omicidio del suo amico Aldo Moro.

Ritornato a Roma, Montini non si è vendicato contro la Curia che lo aveva esiliato. Ma, da finissimo conoscitore di quella realtà che serve al Papa e non si serve del Papa, l’ha saputa riformare, nel 1967, con l’ancora oggi insuperata Regimini Ecclesiae universae. Benché pensionata da san Giovanni Paolo II nel 1988 con la Pastor bonus, la riforma montiniana della Curia romana resta, infatti, un autentico pilastro per tutte le future modifiche normative del governo centrale della Chiesa.

“Prego pertanto il Signore – scrisse Montini nel suo Pensiero alla morte – che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono, d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare”.

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