di Enrico Masi

A pochi giorni dalla fine delle Olimpiadi ormai c’è un dato che credo di poter affermare senza ombra di dubbio. Tante falle e contraddizioni stanno venendo alla luce su come il Comitato olimpico e il governo stiano portando avanti la strategia anti-Covid in concomitanza delle Olimpiadi. Cominciamo dicendo che il Comitato olimpico sembra essere stato incapace di far rispettare le regole scritte sul Playbook.

L’esempio più lampante arriva da due atleti georgiani medaglia d’argento nelle rispettive categorie di judo. Una volta terminate le proprie gare sono usciti dal Villaggio olimpico per visitare la Tokyo Tower, alla faccia del regolamento. Stando al Playbook, gli atleti che hanno concluso le gare devono tassativamente rimpatriare entro 48 ore e non sono previste gite turistiche. Questo caso è stato ripreso dai media e il Comitato olimpico giapponese si è visto costretto a prendere dei provvedimenti.

E che cosa ha deciso di fare? Ha sanzionato gli atleti. Hanno forse ritirato le medaglie? No. Li hanno interdetti dalla partecipazione ai giochi. Ma i suddetti atleti hanno già concluso le loro gare. Una sanzione del genere non può far loro né caldo né freddo e di certo non sarà un valido deterrente per gli altri atleti. Anzi, non si ottiene altro che l’effetto contrario. Come riportato dal sito della Bbc, i nostri turisti per caso si sono giustificati dicendo che nessuno li ha fermati all’uscita e quindi hanno ritenuto che non ci sarebbero stati problemi a prendere una boccata d’aria.

E purtroppo questo non è un caso isolato. Tanti altri atleti sono stati avvistati fuori dal Villaggio olimpico a piedi o sui mezzi pubblici. Dal Friday digital apprendiamo del via vai di numerosi atleti con tanto di pass al collo presso un convenience store fuori dal Villaggio olimpico. Stando a quanto riporta il Bunshun online, esiste addirittura un’app per cellulare per incontri galanti tra gli atleti olimpici e la gente del posto.

Ma esiste un precedente che avrebbe dovuto far riflettere sull’incapacità del Comitato olimpico e anche del governo di garantire la sicurezza dell’evento. Il 19 giugno un membro della delegazione dell’Uganda è risultato positivo al Covid nonostante si fosse vaccinato due volte. Benché il Gruppo fosse formato da 9 persone, le restanti 8 non sono state considerate contatti stretti (concetto tutto giapponese che indica persone potenzialmente positive al Covid) dalle autorità sul posto e sono state mandate tramite pullman fino alla lontana meta di destinazione. Chi stabilisce se si tratta di contatto stretto o no non è la stazione di quarantena all’aeroporto.

Per prima cosa il ministero della Salute riceve le informazioni riguardo al caso dalla compagnia aerea e le fornisce all’ente locale che ospiterà gli atleti. Sarà quindi l’ente locale a decidere se considerarli contatti stretti o meno. Ma quali informazioni è tenuta a fornire la compagnia? La distanza tra un sedile e l’altro, quanto tempo gli atleti hanno parlato fra di loro, se hanno sempre messo la mascherina o meno e altre informazioni di questo livello. Come se la compagnia piazzasse per ogni fila di sedili un provetto cronometrista o altre assurdità del genere. Non sorprende che la città ospitante il 21 giugno abbia dichiarato di non aver ricevuto nessun contatto dal ministero.

In seguito, un secondo membro è risultato positivo. Come se non bastasse, il nono membro rimasto presso l’aeroporto per la sua positività, dopo essere stato rilasciato e aver raggiunto i suoi compagni, è stato trovato nuovamente positivo ai controlli. In tutto questo, non stupisce che nel Villaggio olimpico si sia verificato il primo cluster.

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