Per chiunque abbia avuto modo e fortuna di interessarsi con consapevolezza alla musica, almeno fino ai primi anni duemila, Mtv – che oggi compie 40 anni – ha rappresentato un’opportunità unica. Alla stregua di MySpace per la penultima generazione di band e cantautori, il canale lanciato il 1 agosto 1981 ha costituito un viatico eccezionale per la conoscenza e la fruizione dell’altrui e propria arte. Si pensi anche all’impatto avuto da questa, negli Stati Uniti prima e poi anche nel resto del mondo, sui media più tradizionali: la figura del Vj è infatti da considerarsi, a ragione, una sorta di archetipo delle visual radio oggigiorno sempre più diffuse.

Da “Video Killed The Radio Star” passando l’esplosione del grunge e il grande ritorno dell’hard rock nel decennio successivo, Mtv ha avuto il merito di raccontare, nel pieno, tre decenni di musica descrivendo e in qualche modo accentuando il declino dei formati analogici e digitali: basti pensare che, già nel 2008, delle 20 ore normalmente dedicate in palinsesto alla rotazione video ne rimanevano solo 3. Complice lo spostamento di attenzioni e risorse via via sempre maggiori sui canali tematici, ecco che le nuove proposte, così come i classici, finirono per essere relegati alle ore piccole del giorno: fatta eccezione per le scomparse, in ordine, di Michael Jackson, Whitney Houston e Adam Yauch, oggetto di vere e proprie maratone.

L’attenzione verso i reality show era cominciata addirittura prima: si pensi agli “Osbournes”, e all’impatto che il programma in questione ebbe non tanto sulla carriera di Ozzy ma della moglie e manager Sharon. Idem per la figlia Kelly, il cui ultimo album Sleeping In The Nothing seguì, di poco, la fine della serie. Nata con l’intento di dar voce, prima di tutto, al rock, Mtv finì per dare ugual voce al pop, al rap, all’r&b: generi nei quali a dominare erano soprattutto artisti afroamericani, primo fra tutti il già citato Jackson che vide passare i propri video solo dopo denuncia pubblica da parte della sua casa discografica. Al contrario, in quegli anni e nei successivi, non mancò di censurare con montaggi alternativi video tra i più iconici di sempre, arrivando addirittura a rimuoverli: vedi “Jesus Christ Pose” dei Soungarden o, in piena era Bush, “Megalomaniac” degli Incubus.

Eppure negli eterni corsi e ricorsi che riguardano sì la storia ma anche la musica, in un’epoca in cui ai Maneskin verrà concesso il prossimo anno il Circo Massimo, fa male l’idea di un canale televisivo che non sia pronto, per tempo, a raccontare una nuova ondata di band e artisti, pure italiani, pronta a raccogliere il testimone dei grandi del passato. Pur con le dovute differenze, di peso e portata. Che pure in Italia, del progetto lanciato nel 1997 rimanga solo l’ombra, la rinuncia e le scelte operate da chi anche oggi ne tiene le redini sa di sconfitta preventiva. Con tutti i suoi difetti, l’assenza di una Mtv come la conoscevamo finisce per farcela rimpiangere al netto degli errori e delle esagerazioni del passato.

Comunque la si voglia mettere, guardare la musica oltre che ascoltarla costituiva comunque un atteggiamento più attento e rispettoso che non farne esperienza per lo più dal proprio smartphone. In un mondo in cui le canzoni vengono scritte e registrate per vivere nello spazio stretto di un telefono, ritrovarsi a scoprire qualcosa di nuovo come di vecchio, appunto per caso, avrebbe un sapore assai più romantico.

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