“Qui in Val di Susa non abbiamo bisogno di diecimila agenti, ma di ospedali, servizi sociali e medicina territoriale”. È questo il grido che parte dal Festival Alta Felicità di Venaus. Dopo lo stop dell’anno scorso imposto dalla pandemia, i prati della Valle sono tornati a riempirsi di persone e tende. Una tre giorni di concerti e incontri organizzata dal Movimento No Tav che ha richiamato ai piedi delle montagne migliaia di persone da tutta Italia.

“Per vivere in serenità questo momento, abbiamo scelto di auto tutelarsi collettivamente” spiega Andrea, uno degli organizzatori del Festival. E così ai partecipanti è stato chiesto di presentarsi o con una dose di vaccino da almeno 15 giorni, o con un tampone negativo realizzato nelle 24 ore precedenti all’arrivo, o con un certificato di guarigione nei sei mesi. In alternativa grazie alla collaborazione con medici e infermieri volontari ci si può sottoporre a un test salivare a prezzo popolare.

“Non sono misure coercitive, non è un green pass – precisano gli organizzatori – abbiamo pensato a queste forme di autotutela diversi mesi fa, ma sono delle norme di buon senso per tutelare chi è più fragile”. Un modo per dimostrare che “un’altra socialità è possibile” creando una “situazione in cui chiunque si possa sentire a proprio agio, senza tuttavia sottostare alle indicazioni governative”.

Sui prati di Venaus in questi giorni suoneranno Willie Peyote, i Modena City Ramblers, gli Africa Unite, i Lou Dalfin, Samuel. Ma non mancheranno gli incontri e i momenti di lotta come la “gita al cantiere” prevista per questo pomeriggio. “In questa valle vediamo tutti i giorni una grande contraddizione – conclude Chiara Rivetti, medico volontario – abbiamo problemi a coprire i turni negli ospedali di Rivoli e di Susa e nel frattempo il governo manda diecimila agenti per rinforzare i turni di sorveglianza ad un’opera di dubbia utilità”.

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