Il 28 maggio 2020 scrissi un post in cui spiegavo come la necessità di togliere la sanità dalla politica e dai palcoscenici televisivi e aziendali per riportarla ai medici trovasse il suo culmine nella notizia che un politico della attuale maggioranza fosse indirettamente coinvolto nell’affare plasmaderivati per curare il Covid: “Se i risultati continueranno a essere promettenti e con l’assenso dell’Aifa, si potrebbe arrivare a produrne in quantità industriale per almeno 4 anni. Il nuovo business, con ogni probabilità, sarà in mano alla Kedrion Biopharma, colosso dei plasmaderivati di proprietà della famiglia Marcucci: l’amministratore delegato è Paolo Marcucci, fratello maggiore del senatore e capogruppo Pd Andrea, che è consigliere”.

Sempre in quel periodo l’anestesista che da anni lavora con me in sala operatoria si ammalò di Covid-19. Oggi, dopo un anno gli chiedo di raccontarmi la sua storia da medico e da malato. Così R.M. mi scrive:

“Era il maggio del 2020. Malessere generale, spossatezza, qualche colpo di tosse. Eseguo un tampone molecolare che risulta positivo. Essendo un medico eseguo una TAC polmonare per cercare di definire meglio il problema. Polmonite bilaterale. Inizio una terapia domiciliare con Clexane, Colchicina e Azitromicina. Dopo pochi giorni febbre in aumento, astenia profonda e SpO2 che scende al 94%. Vengo ricoverato presso il reparto Covid dell’Ospedale San Raffaele. Quando ho potuto parlare con la collega del reparto ho chiesto se fosse pensabile, considerata la mia situazione di immunocompromissione da precedente chemioterapia, una terapia a base di plasma iperimmune. La collega del S. Raffaele mi guarda, allarga le braccia e mi dice: sì, potrebbe essere un’idea ma non siamo autorizzati e organizzati per farlo.

Inizio perciò un ciclo di Remdesivir per 10 giorni nei quali il quadro rimane invariato con puntate febbrili fino a 39°. Saturimetria stabile con O2 terapia. Termino il ciclo di Remdesivir e dopo 48 ore vengo dimesso. La sera stessa ricompare febbre alta e tosse. Su insistenza della famiglia contatto un collega dell’Ospedale di Melegnano che mi organizza il ricovero immediato presso il loro reparto Covid. Riformulo ai colleghi la mia idea del plasma iperimmune che questa volta viene accolta con attenzione. Contattano l’Ospedale di Pavia e viene presa in carico la procedura per la somministrazione del plasma. Eseguo accertamenti ematici finalizzati allo scopo e finalmente viene programmata la trasfusione.

Giungo al fatidico giorno sempre più prostrato e con febbre elevata. Viene programmata la trasfusione la mattina di un sabato di giugno. Le condizioni erano queste: febbre 39°, astenia profonda, tosse, saturimetria stabile su 94%. La giornata di sabato trascorre senza sostanziali novità. La domenica mattina mi risveglio e provo qualcosa che non provavo da tempo: appetito e assenza di febbre. Il pomeriggio mi sento un altro. Sono sempre senza febbre e mi sento progressivamente meglio. Il lunedì mi sembra di essere rinato: sto bene. Sono bastate 48 ore per risolvere clinicamente la mia situazione dopo circa 45 giorni di tentativi vari con diversi farmaci.

Dopo lo stupore iniziale comincio a ragionare sulla mia storia che da paziente fortunatamente si è risolta. Ufficiosamente ne parlo a distanza con miei colleghi rianimatori che mi confermano risultati eclatanti su pazienti gravissimi. Perché la terapia con plasma iperimmune non raccoglie consensi ufficiali? Costa troppo poco rispetto ad altre terapie farmacologiche e non rende abbastanza alle case farmaceutiche? Temo che sia proprio così. Trials clinici con plasma sono stati boicottati a più riprese. Pochi centri si sono dedicati a questa ricerca. Poca informazione su questo tema è stata propagandata. La salute è una merce che deve sottostare alle regole dell’economia e quindi del profitto?”

Ringrazio di cuore il collega e amico di tanti martedì di sala operatoria che ha voluto “metterci la faccia”, da medico e da paziente. Una esperienza diretta con la freddezza di un medico rianimatore che ha trascorso 45 giorni all’inferno e in due giorni si è trovato in paradiso, nonostante la sua condizione di immunodepresso.

Questa testimonianza ha ancor più valore nel ricordare un grande uomo che proprio in questi giorni ha deciso di suicidarsi. Il dottor Giuseppe De Donno che sentii al telefono proprio nel maggio scorso. Ha avuto tutti contro il primario di Pneumologia dell’Ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato le cure con le trasfusioni di plasma iperimmune e che agli inizi di giugno 2021 si era dimesso dall’ospedale per iniziare lo scorso 5 luglio la nuova professione di medico di base a 54 anni.

Il dottor De Donno il 15 giugno 2020 in una intervista su La Verità disse: “La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non fa miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma”. Di certo c’è una cosa. Proprio nei giorni che precedono le dimissioni del dottor De Donno, e che probabilmente hanno portato alla crisi esistenziale, si viene a sapere che proprio a Mantova, e proprio nell’ospedale dove De Donno ha iniziato le sue sperimentazioni, viene deciso da parte della Asst di Mantova la costruzione di una banca del plasma. Nei nomi scelti alla conduzione non compare il dottor De Donno. La solitudine aumenta.

Non sapremo mai cosa ha portato alla disperazione a tal punto da fare il suo gesto estremo, ma forse qualcuno deve porsi delle domande e almeno darsi delle risposte che gradiremmo diventassero pubbliche. Nel Vicolo degli Onesti abbiamo perso un grande medico.

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