Le condanne per concorso esterno in associazione mafiosa di Antonio D’Alì e Nicola Cosentino devono essere un monito per i leader politici che vogliano difendere la democrazia in Italia. Intendiamoci: nulla scrivo della eventuale responsabilità penale di entrambi i personaggi in questione, perché le sentenze di condanna non sono definitive e vale sempre la presunzione di innocenza. Non è questo quindi il punto.

Posso però ben testimoniare del prezzo pagato da alcune persone di valore che hanno avuto la sorte di trovarsi ad incrociare la strada di D’Alì e di Cosentino.

Sono persone che ho avuto modo di conoscere negli anni passati e alle quali mi lega un sentimento di stima profonda, sono investigatori di rango, competenti e cocciuti, imprenditori appassionati e coraggiosi, familiari di alti rappresentanti delle istituzioni che masticano amaro per come i propri cari hanno lasciato questo mondo, amministratori giudiziari con la schiena diritta.

In comune queste persone hanno di aver subito pesanti contraccolpi professionali e personali per avere cercato di ostacolare l’avanzata di D’Alì e Cosentino. Nessuna sentenza di condanna penale potrà mai risarcire queste persone.

Recentemente è stata ritrovata registrazione di un discorso pronunciato da Paolo Borsellino nel 1989, ad un convegno che, tragica ironia della storia, fissava nel 1992 (!) l’anno nel quale lo Stato avrebbe definitivamente sconfitto la mafia.

In quell’intervento, Paolo Borsellino esprimeva un concetto cardinale: “(la mafia) ha radici ben più complesse, tanto da farla definire in recenti studi non il prezzo della miseria, ma il costo della sfiducia (…). La via OBBLIGATA per la rimozione delle cause che costituiscono la forza di Cosa nostra passa attraverso la restituzione della fiducia nella Pubblica amministrazione”.

Questo è il punto. Lo Stato deve meritare la fiducia dei cittadini e quanto questa lezione sia attuale lo rimandano per altro sia i drammatici fatti del carcere di Santa Maria Capua a Vetere, fatti che non sono purtroppo isolati, sia il ricordo delle giornate di Genova di cui ricorrono i vent’anni. Una lezione che passa di bocca in bocca, come un immaginario “testimone”, tra coloro che hanno dedicato la vita alla Repubblica italiana, uno per tutti: Carlo Alberto dalla Chiesa che pochi giorni prima di essere ucciso nel 1982, a Giorgio Bocca che lo intervistava dirà, tra l’altro: “Gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che loro elementari diritti. ASSICURIAMOGLIELI, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.

La credibilità dello Stato passa dalla qualità delle persone che vengono selezionate dalla politica, perché in democrazia è così che capita ed è giusto che capiti così, proprio perché è attraverso la possibilità di tutti i cittadini di partecipare che si fa (o si disfa!) quotidianamente la Repubblica: questa possibilità di partecipare nient’altro è che attività politica. E’ una attività complicata, irta di contraddizioni e di amari compromessi, ma è l’unica via per la quale si salvaguarda il presupposto fondamentale della democrazia: la libertà di ciascuno.

Il “campo” delle forze democratiche, inclusive ed europeiste, oggi ha due principali protagonisti: Enrico Letta e Giuseppe Conte. Soprattutto loro è dunque questa responsabilità.

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