Antonio D’Alì, senatore ininterrottamente per 24 anni e sottosegretario agli Interni per 5, condannato a 6 anni perché secondo la magistratura era a disposizione di Totò Riina e dei Messina Denaro, prima il padre – don Ciccio – e poi il figlio, Matteo, il boss di Cosa Nostra in cima alla lista dei ricercati di massima pericolosità del Viminale ancora oggi e da quasi trent’anni. E poi Nicola Cosentino, deputato ininterrottamente per 17 anni e sottosegretario all’Economia per 2, condannato a 10 anni perché secondo la magistratura era il referente del clan dei Casalesi, uno dei più potenti della camorra e una delle più potenti organizzazioni criminali di sempre. Due figure determinanti per i successi elettorali di Forza Italia e del Popolo delle Libertà tra gli anni Novanta e Duemila (in Sicilia occidentale e in Campania settentrionale, stando agli atti delle inchieste, facevano il pieno di voti grazie all’accordo con le mafie), centrali nell’orientamento del loro partito, operativi nella scrittura delle leggi in Parlamento, protagonisti della gestione della cosa pubblica in settori vitali della Repubblica, come il ministero dell’Interno e quello del Tesoro.

Le sentenze d’appello sono state pronunciate oggi e i due imputati eccellenti, figure di primo piano della storia del berlusconismo e dei suoi governi, sono innocenti fino alla pronuncia della Corte di Cassazione. Ma i loro processi istruiti dopo anni di indagini e dibattimenti complicati per decidere se fossero colpevoli o innocenti, se le prove al loro carico fossero solide o meno, non avrebbero mai raggiunto un esito se oggi fosse in vigore la riforma della prescrizione contenuta nel disegno di legge della ministra della Giustizia Marta Cartabia. La “sfortuna” della ministra guardasigilli è stata quella di aver pronunciato – proprio nel giorno delle sentenze per D’Alì e Cosentino – un assunto che chiunque segua la cronaca giudiziaria e operi nel mondo della giustizia sa non reggere il confronto con la realtà: “Spesso in questi giorni si è detto che i processi di mafia e terrorismo andranno in fumo. Non è così – ha scandito la ministra durante il question time alla Camera – Nei procedimenti per mafia e terrorismo le contestazioni, anche per l’applicazione di circostanze aggravanti, spesso riguardano reati, per i quali la legge prevede la pena dell’ergastolo. E quindi, non è prevista alcuna prescrizione. E nella proposta di riforma, si esclude ogni tipo di improcedibilità”. Ma nella grandissima parte dei processi con accuse di mafia, oggi, non viene contestato l’omicidio.

I processi a D’Alì e Cosentino, nei quali è stato contestato ed accolto dai giudici il concorso esterno in associazione mafiosa, sono due esempi di scuola. L’opinione pubblica e i cittadini che sono stati rappresentati in Parlamento e governati dai due ex sottosegretari e perfino gli stessi imputati, se fosse stata in vigore la riforma del governo Draghi, non avrebbero mai saputo se le accuse al loro carico fossero la verità o meno. In entrambi i casi, infatti, per celebrare il giudizio di secondo grado sono stati necessari più dei tre anni che la riforma Cartabia prevede in caso di reati di mafia (uno in più rispetto agli altri reati senza aggravanti relative alla criminalità organizzata e al terrorismo). Per il processo a D’Alì si trattava di un appello bis e il tempo per evitare la “scadenza” sarebbe cominciato dal momento dell’annullamento con rinvio deciso dalla Cassazione: era il 23 gennaio 2018 e da allora sono passati tre anni e 6 mesi. Per il processo a Cosentino, invece, la clessidra era stata rovesciata il 17 novembre 2016, dopo oltre 140 udienze del processo di primo grado al tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Da allora sono passati 4 anni e 9 mesi, ben oltre i 3 anni messi come limite dalla riforma Cartabia per celebrare e portare a termine il processo d’appello. E non è un caso che questo accada alla Corte d’appello di Napoli: è il distretto giudiziario più lento in Italia, dove – secondo dati del ministero della Giustizia – in media un processo d’appello dura oltre 5 anni e mezzo.

Smaltimento di rifiuti, gestione di aziende edili, trasferimenti di prefetti. Le accuse nei confronti dei due ex parlamentari azzurri affondano nella vita quotidiana, icone e si può dire anche ricorrenti dell’infiltrazione mafiosa nella società, nell’economia, nella politica e quindi nel funzionamento della democrazia. Nel caso di Cosentino l’accusa, fin qui accolta dai giudici, è quella di presunti favori in un appello vinto da un’azienda ritenuta vicina al clan Bidognetti indetta dal consorzio di 20 Comuni della provincia di Caserta per il ciclo dei rifiuti. In cambio l’azienda avrebbe fatto molte assunzioni in mesi pre-elettorali che, tradotto, significa voti. Per i magistrati Cosentino è stato almeno fino a 13 anni fa il “referente nazionale del clan dei Casalesi“.

D’Alì in tribunale è arrivato perché secondo gli atti dell’inchiesta ha “contribuito al sostegno e al rafforzamento di Cosa nostra, mettendo a disposizione dei boss le proprie risorse economiche, e, successivamente, il proprio ruolo istituzionale di senatore della Repubblica e di sottosegretario di Stato”. Secondo i pm D’Alì in quegli anni è stato essenziale per la gestione degli appalti per opere pubbliche nel porto di Castellammare del Golfo o per l’organizzazione dell’America’s Cup di vela. Nel processo è entrato di nuovo anche il caso del trasferimento del prefetto di Trapani, Fulvio Sodano, deciso il primo luglio del 2003. Ma per capire se anche su questo punto D’Alì è stato ritenuto colpevole bisognerà aspettare le motivazioni. Di un processo che, con la riforma Cartabia, non ci sarebbe mai stato.

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