L’uomo più ricco del mondo è andato nello spazio e lo ha definito il giorno più emozionante della sua vita. Cosa c’è di sbagliato in questo gesto? Non dovremmo forse celebrare questa magnifica manifestazione di progresso tecnologico, che presto consentirà, almeno ai ricchi, di viaggiare fuori dalla terra? Per la verità, non è così. Anzi. In questa immagine che sta facendo il giro del mondo c’è un simbolismo letteralmente devastante. Non si tratta tanto delle emissioni prodotte, né del futuro che il viaggio di Jeff Bezos sembra lanciare, ovvero appunto quello del turismo spaziale. Il problema è un altro. E cioè che l’esultanza di Bezos, e quella di tanti giornalisti pro tecnologia che lo stanno seguendo, dà un messaggio ambivalente. Anzi, per certi versi quasi “schizofrenico”. Perché oggi, luglio 2021, il sentimento che dovrebbe essere prevalente, non solo tra le persone normali, comuni – che forse lo avvertono – ma soprattutto tra i ricchi e i potenti della terra, ai quali tutti guardano, è quello della tristezza. Anzi del lutto.

Dopo le ultime, recenti, manifestazioni della crisi climatica che ci danno la drammatica certezza di non essere più al riparo da nessuna parte, che ci fanno sentire un senso di minaccia alla nostra esistenza biologica come mai prima, ciò che dovremmo fare, se vogliamo affronta la crisi climatica di fronte a noi, è cominciare ad accettarla. Superare la fase dello choc, superare la fase della negazione – le note fasi del lutto – e passare all’accettazione del trauma. Accettare che potremmo non avere un futuro. Accettare che i nostri figli, quelli di Bezos compresi, sono a rischio. Insomma il sentimento che dovrebbe essere prevalente è quello di una nostalgia e di una tristezza universali. Un sentimento che ci unirebbe, un sentimento, l’unico, che potrebbe darci la vera energia e motivazione per cambiare le cose, per difenderci, per quanto ancora possiamo.

E invece l’uomo più ricco della terra, ricco grazie ai nostri forsennati consumi, festeggia. Con lui festeggiano tutti quelli che ancora credono che la tecnologia ci salverà, tutti i vari tecnocrati che non possono accettare – megalomani come sono – di essere limitati, addirittura di essere a rischio, di poter morire. Come Bezos anche Elon Musk, non importa se finanzia il miglior progetto di stoccaggio della CO2.

Il nostro problema infatti non è solo scientifico. Il nostro problema, quello che causa la crisi climatica e continua ad alimentarlo, è un problema etico. E non ha a che fare solo col fatto che dovremmo ridimensionare i nostri consumi, che non sono più in nessun modo sostenibili, ma capire prima ancora che non è da quei consumi, dal continuo via vai di pacchi che sembrano garantirci sicurezza e benessere, che viene la nostra felicità. Tanto che oggi che il nostro potere d’acquisto è cresciuto siamo molto meno felici, come molto meno felici sono i nostri figli, senza più valori se non quelli della tecnologia e del consumo.

Abbiamo perso valori fondamentali, in nome di un individualismo che non porta benessere ma, come si sta vedendo, distruzione. Per invertire la rotta dovremmo partire da qui, dal recuperare e rifondare il nostro tessuto etico comune, dallo stabilire cos’è che ci rende felici, dal prenderci cura di noi stessi e dell’ambiente come qualcosa che non è diverso dalla nostra mente, che è la stessa cosa di cui noi siamo fatti. Ci vorrebbe insomma una rivoluzione morale, alla cui base, dicevo, c’è l’accettazione delle ferite ormai insanabili che abbiamo inferto alla terra.

Bezos nello spazio invece cosa ci dice? Che in fondo non ci sono problemi. Certo, lui parla di cambiamento climatico, ma è peggio andarsene nello spazio che finanziare fondi pro ambiente perché il problema, non mi stanco di dirlo, è il messaggio che lancia. Che la tecnologia ci salverà (chissà poi come da incendi indomabili e siccità senza fine). Il progresso è davanti a noi. Possiamo ancora crescere, pure in un mondo finito e lacerato. Poco importa che quel progresso, quella crescita sia sempre più riservata a quelli che hanno i soldi per viaggi o consumi spaziali, e che sono quelli, tra l’altro, che aggravano la crisi climatica che colpisce gli ultimi della terra. Poco importa perché tutto il mondo guarda Bezos e, se da un lato si sente angosciato e preoccupato degli ultimi eventi climatici e si chiede come potremo mai difenderci, dall’altro è spinto a rimuovere, a pensare che sì, ce la faremo proprio grazie alle meraviglie della tecnologia. Che nascondo il lutto che invece dovremmo portare.

Così, però, non ci muoviamo di un passo. Se i più ricchi, invece di finanziare mega progetti per il clima, cominciassero a dare l’esempio, sarebbe molto meglio. Se Bezos piangesse per le vittime in Germania e per le vittime di tutto il mondo, se manifestasse la sua tristezza e la sua preoccupazione, questo sarebbe un gesto fondamentale e unico. Invece, no, lascia il pianeta che brucia e annega in cerca di altre mete. Esiste una metafora migliore per spiegare perché non è con questi uomini e questi modelli che salveremo il mondo?

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