L’aspetto più interessante (almeno per me) che rende utile ed emozionante rimettere in moto testa e gambe sul complicato, doloroso, straordinario e terribile periodo storico intorno al G8 di Genova è incarnato dalle persone che all’epoca non c’erano. Quelle e quelli che, 20 anni fa, dovevano ancora nascere, o avevano pochissimi anni.

Dalla fine di giugno di questo secondo anno pandemico ho iniziato a riprendere treni e viaggiare, chiamata da associazioni e gruppi di donne (e non solo) per condividere il mio racconto, personale e politico, sull’esperienza che 20 anni fa mi vide portavoce, nel Genova Social Forum, del movimento delle donne, riunito allora nella Marcia Mondiale delle donne, un coordinamento di oltre 140 organizzazioni femministe nazionali e internazionali.

Il movimento femminista interessato alla critica della globalizzazione neoliberista decise allora di organizzare, un mese prima delle iniziative di luglio, il 15 e 16 giugno, due giorni che chiamammo PuntoG-Genova Genere Globalizzazione, replicati poi, sempre a giugno, 10 anni dopo: due straordinarie occasioni per mostrare l’intelligenza collettiva femminista di quante, studiose, attiviste e intellettuali stavano capendo che il neoliberismo avrebbe cambiato (in peggio) l’esistenza umana e quella delle donne in particolare. Vi presero parte femministe storiche presenti all’assise di Pechino del 1995, giovani comuniste, suore comboniane, pacifiste convinte e dubbiose, ispirate tra le altre, dalle voci di Lidia Menapace, Vandana Shiva, Nawal ed Saadawi. Tante e diverse ma tutte comunque d’accordo su un punto: era necessario, e imprescindibile, focalizzarsi sull’impatto della globalizzazione sulla vita delle donne, e questo potevano farlo soltanto le donne stesse, perché nel movimento misto questa analisi non c’era.

Il retaggio della globalizzazione, cominciammo a capire vent’anni fa, proprio grazie alle elaborazioni femministe a Punto G, era anche quello della paura, che chiude le menti e i cuori di fronte a chi arriva da altri luoghi, colpevole a prescindere, una paura che acceca e generalizza le reazioni secondo la tremenda categoria del nemico. Non una globalizzazione dei saperi, ma una globalizzazione dove le disparità, in primo luogo quella tra i sessi, trionfano e imperano. Il mercato sarebbe diventano a breve il paradigma delle relazioni umane. polverizzando l’utopia che affermava, in uno slogan felice dell’epoca, che ‘questo mondo non è in vendita’. Tutta la consapevolezza e ricchezza di elaborazioni politiche, voci e progetti femministi è stata purtroppo schiacciata dai fatti del luglio 2001.

Per questo ho provato a raccontare quella vicenda dimenticata in un libro, Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo. Il femminismo al G8 di Genova (2001-2021) (VandA edizioni). Ma il libro non è venuto da solo, né la connessione con l’anniversario è stata spontanea. L’attonimento per alcune perdite personali insieme all’eccezionale e tremenda situazione nella quale il Covid-19 ha gettato il pianeta hanno rischiato di farmi dimenticare questa ricorrenza. A far rimettere in moto la memoria dei mesi del 2001 sono arrivate le domande del gruppo di Dreamers con il loro podcast audio, il duo di Backtotheg8, il collettivo Archivi della Resistenza, il gruppo trentino che si muove intorno alla Liberia due punti e l’assessorato alla pace di Arco, per citarne solo alcuni.

Dall’emozione suscitata dalle richieste di chi ha la metà, se non un terzo, dei miei anni, è stato un continuo fiorire di domande: quel ‘dimmi’, ti ascolto mette in moto non solo relazioni ma genera incontro, crea spazio per la memoria e, inevitabilmente, apre strade per costruire futuro.

La morte di Carlo Giuliani, la violenza istituzionale, quella di alcuni gruppi di facinorosi, il sangue, gli abusi, la ferita inferta alla democrazia e alla fiducia nelle forze dell’ordine hanno seppellito a lungo i contenuti dello sguardo femminista di allora che, come ci ha insegnato il nostro incerto presente, saranno fortemente profetici sull’impatto della globalizzazione neoliberista sulle nostre vite e sul pianeta. Quello sguardo, allora premonitore, è ancora oggi limpido, attuale e più che mai necessario.

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