Ottantacinque anni non sono tanti per la Storia: la durata di una vita. Tanto è passato dal 18 luglio 1936, quando il bando franchista si sollevò contro la giovane e fragile Seconda Repubblica spagnola, inaugurando i terribili tre anni di Guerra civile.

Quel che è arrivato dopo è storia, e si sa che la storia la scrivono i vincitori. Il franchismo ha imperversato per quasi quarant’anni in Spagna e non è stato sconfitto, ma interrotto da una decisione calata dall’alto: la restaurazione della democrazia da parte del delfino del Caudillo, ovvero il re Juan Carlos. Nessuna epurazione, nessun discorso pubblico che rielaborasse il lunghissimo trauma civile vissuto dalla popolazione. Solo un po’ di polvere nascosta sotto il tappeto, che da qualche tempo però ha cominciato di nuovo a venir fuori: vedansi il partito di estrema destra Vox e la liberalizzazione del discorso fascio-razzista.

Ad ogni modo, la retorica franchista concepiva quella guerra come ‘giusta’: la necessaria affermazione dei valori cristiani e nazionalisti contro la degenerazione dei costumi inaugurata dalla Repubblica, che guardava invece a ideali di tipo sociale. Una pulizia davanti a cui tutto era concesso: celebre è il caso dei niños robados, circa 300mila neonati sottratti con l’inganno alle loro mamme per essere donati a famiglie conniventi col regime. Per non parlare dell’ingiustizia causata dalla Legge di Amnistia del 1977, che con un colpo di spugna cancellò i reati commessi in epoca franchista e che i partiti dell’opposizione, appena usciti dalla clandestinità, dovettero accettare pena il mancato ritorno alla democrazia. La colpa, come sempre, risiede nella retorica politica: il pericolo paventato anche all’indomani della morte del dittatore non era la tirannia, bensì quei tre anni di guerra civile tra le ‘due Spagna’ – entrambe coinvolte, dunque entrambe colpevoli – a cui il franchismo era conseguito come male necessario.

Ancora oggi le famiglie delle vittime di parte repubblicana attendono un riconoscimento non solo civile, ma anche legale; ogni tentativo di ottenere giustizia, tra cui le riesumazioni dei fucilati dalle fosse comuni, si è dovuto scontrare con questa legge, nonostante le ammonizioni Onu volte a cancellarla. Addirittura, di fronte all’impossibilità di procedere in territorio spagnolo, la causa legale si è spostata in Argentina, in base al principio di giurisdizione universale per giudicare i crimini contro l’umanità. Ne è diretta e intima testimonianza un film indipendente, El silencio de otros, che ha riscosso un enorme successo di pubblico e di attenzione: due premi Emmy, una nomination all’Oscar e l’acquisizione da parte di Netflix nel 2019.

La speranza è che oggi, davanti alla ribalta dei nazionalismi che si sta verificando in giro per il mondo, si possa gettare una nuova luce su queste orribili vicende che hanno interessato più generazioni in un Paese oggi pienamente integrato nella ‘civilissma Europa’; e che questo pacto de silencio perpetuato dalle autorità spagnole a partire dagli anni Settanta, complice l’esplosione della movida, possa finalmente diventare materiale per i libri di storia. Quella scritta, una volta per tutte, dalle vittime.

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