Sono proprio curioso di scoprire come saranno commemorati i fatti di Genova del 2001, esattamente vent’anni dopo. Vedremo se qualcuno farà lo sforzo di andare al succo della questione o se ci saranno, come spesso accade da noi, soltanto polemiche politiche di bassa lega. In libreria si trova da un mese circa G8. Genova 2001. Storia di un disastro annunciato, scritto da Gianluca Prestigiacomo e pubblicato da Chiarelettere: leggerlo è il modo migliore per ricordare quella pagina vergognosa della storia italiana, raccontata da un poliziotto della Digos che ha vissuto in prima persona quei tragici avvenimenti.

Il dato di fatto è che fu azzerato quel movimento mondiale che disapprovava la globalizzazione capitalistica sbrigliata i cui effetti nefasti sono oggi sotto gli occhi di tutti. Da allora, non si è praticamente più sentito parlare dei no global: non è certo facile accettare il rischio di farsi spaccare la testa a manganellate per esprimere il proprio pensiero.

A vent’anni dalla riforma della Pubblica Sicurezza, le forze di polizia si riproposero a Genova come strumento di repressione e calpestarono il sacrosanto diritto dei cittadini di manifestare il loro dissenso. E ricordo bene come fu creato, nei primi mesi dell’anno, un clima da “strategia della tensione”, pienamente funzionale a quei disordini e a quegli abusi.

Anche la smilitarizzata Polizia di Stato diede una pessima prova di sé. Prestigiacomo, nel suo libro, sciorina tutta la sua amarezza per i comportamenti illegali dei colleghi, di chi, “tradendo la Costituzione su cui aveva giurato, provocò un massacro senza precedenti solo per servire il potere”.

Michele Di Giorgio, nel saggio Per una polizia nuova (Viella, 2019), traccia un’analisi spietata della vicenda e la descrive come un tradimento degli alti valori che avevano ispirato il movimento dei poliziotti democratici i quali si erano battuti negli anni Settanta per la sindacalizzazione della polizia. “In quelle calde giornate di luglio si assistette a una sorta di triste revival di tutte le carenze e le insufficienze organizzative che sembravano ormai appartenere ad una polizia del passato […] A ciò si aggiunsero violenze e abusi sui fermati commessi in vari luoghi e addirittura, nel caso del blitz alla scuola Diaz, episodi di violenza premeditati”.

Stefano Rodotà, in un articolo del 1974, aveva auspicato una polizia sindacalizzata che fosse naturalmente meno disponibile per “spregiudicate operazioni di potere”. Il G8 di Genova sembrava aver smentito il grande giurista. Io invece mi sento di sostenere, come mi ha suggerito qualche giorno fa Franco Ferrarotti, che si trattò solo di una “deviazione di percorso” e che la Legge 121 del 1981 ci ha portato comunque sulla strada giusta di una polizia al servizio dei cittadini e non dei potenti.

Resta tuttavia, dopo vent’anni da quel terribile G8, la necessità di individuare tutte le responsabilità, perché è evidente che le sentenze di condanna non sono sufficienti. Per questo Gianluca Prestigiacomo propone una commissione parlamentare d’inchiesta per fare piena luce su quello scempio: “Occorre un’analisi inserita in una relazione ufficiale, una relazione di Stato redatta a conclusione di un’indagine profonda. Un atto formale che rimanga negli archivi e nella storia di questo paese. Un pronunciamento in cui ci siano tutte le testimonianze rese da chi c’era e da chi gestiva, da chi venne condannato e da chi tentò di evitare tutto quello che accadde. Un atto formale che restituisca anche in ambito internazionale la profonda propensione dello Stato italiano a ricercare e a individuare coloro i quali tentarono e ancora tentano di affossare le istituzioni democratiche che lo rappresentano”.

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