Pak Doo Ik, dentista per assenza di prove, caporale dell’esercito in realtà. E Jakob Joansson, che il calciatore lo faceva per davvero, ruolo mediano: gol pochi, lotta tanta. C’è la loro firma sulle pagine più nere della storia della nazionale di calcio italiana: l’esclusione dell’Italia ai gironi nel mondiale del 1966 in Inghilterra, ad opera della Corea; la mancata qualificazione dell’Italia al mondiale del 2018 in Russia. Ma se nell’immediato quei gol dalle firme improbabili sono tra i ricordi più indigesti degli sportivi italiani è anche vero che hanno dato il là per i due trionfi europei degli azzurri. Certo, a ragionare su 100 anni di avventure azzurre viene facile trovare coincidenze, ma le storie della nazionale di Ferruccio Valcareggi e di Roberto Mancini, e dei loro trionfi agli Europei, sembrano legate. Legate nel partire da grandi disastri sportivi, nel trovarsi a ricostruire dopo il disastro, nel vincere, seppur contro i pronostici e tra mille difficoltà.

La Nazionale italiana del 1966 non era tra le più forti mai avute, però avrebbe dovuto superare agevolmente un girone composto da Cile, Urss e Corea del Nord. Convinzione rafforzata dopo la vittoria all’esordio per 2 a 0 col Cile, e anche dal calendario: alla seconda l’Italia guidata da Edmondo Fabbri perse 1-0 contro l’Unione Sovietica, ma l’ultima gara opponeva la Corea, ritenuta squadra materasso e definita “squadra di Ridolini”, figura comica dell’epoca, dal vice di Fabbri, proprio Ferruccio Valcareggi. Insomma: pratica da liquidare e testa già ai quarti. Qualche occasione sciupata e poi una palla persa da Mazzola spalanca il campo a Pak Doo Ik, dilettante come i suoi compagni, che batte Albertosi. L’Italia, in 10 per l’infortunio di Bulgarelli (all’epoca non c’erano sostituzioni, arriveranno 4 anni dopo), non riuscirà a pareggiare e dovrà tornare, incredibilmente, a casa. Accolta dalle uova marce.

C’è da pensare a ripartire, subito: la Figc con Artemio Franchi sceglie Valcareggi, triestino, schivo, con ottimi campionati alla guida dell’Atalanta alle spalle e qualcuno più modesto sulla panchina della Fiorentina, per ripartire con accanto Helenio Herrera, che di colpi a sensazione c’è sempre stato bisogno. Si punta su diversi giovani, alcuni già affermati, altri decisamente interessanti: Angelo Domenghini, Angelo Anquiletti, Giancarlo “Picchio” De Sisti, Gianni Rivera, Pierino Prati e il giovanissimo Pietro Anastasi. La coabitazione con Herrera dura solo due partite, poi è Valcareggi a guidare l’Italia da solo. La Svizzera viene liquidata 4-0 a Cagliari dopo il 2-2 di Berna, la Bulgaria superata grazie al 2-0 a Napoli che ribalta il 3-2 subito a Sofia. Le difficoltà arrivano in semifinale e finale.

Con l’Unione Sovietica, a Napoli, finisce 0-0 dopo i supplementari ma i rigori non esistono, tocca a una monetina decidere e a capitan Facchetti decidere che “testa” è vincente e vale la finale. Contro c’è la Jugoslavia, a Roma: una squadra forte, che già ha eliminato Francia e Inghilterra e ha un attaccante formidabile, Dragan Dzajic. Proprio Dzajic segna dopo 40 minuti, in una gara dove la Jugoslavia va praticamente al doppio della velocità degli azzurri e avrebbe già il trofeo in mano se Domenghini all’80esimo non infilasse una punizione nell’unico angolo possibile. Finisce 1-1: la gara va rigiocata due giorni dopo. La Jugoslavia schiera la stessa formazione, Valcareggi ne manda dentro cinque nuovi. Riva, Salvadore, Rosato, Mazzola e De Sisti. Pratica chiusa in mezz’ora, con gol di Riva e del giovanissimo Pietro Anastasi. Valcareggi torna negli spogliatoi senza neppure guardare la coppa: “L’hanno vinta i ragazzi, giusto festeggino loro“.

E come Valcareggi si è ritrovato a dover ricostruire dalle macerie Roberto Mancini, dopo l’assurda esclusione dal mondiale 2018 ad opera della Svezia. Una rivoluzione, forse ancor più radicale e coraggiosa di quella di Valcareggi, è stata messa in atto dal Mancio: dentro i giovani, se sono forti, e dunque Zaniolo, al netto delle problematiche fisiche, Bastoni, Barella, Castrovilli, Pellegrini, Chiesa. E poi al centro del progetto alcuni incomprensibilmente ai margini nella precedente gestione, da Insigne a Jorginho, ignorato e oggi a contendere un Pallone d’oro a Messi. Soprattutto, al centro il gioco e non più una squadra costruita attorno ai singoli. Il cammino – tra trionfi, difficoltà e fortune – è stato simile. Il futuro per Valcareggi è stato l’incredibile mondiale di Messico 1970 e l’impresa quasi sfiorata. Di buon auspicio per il Mancio in vista del Qatar, magari chiedendo a Chiellini di conservarsi quella presa su Saka se in finale vedrà qualcuno con la maglia verdeoro volare in area. Alla peggio gli fischiano rigore contro, ma tanto in porta c’è Donnarumma.

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