In due giorni successivi sono uscite due comunicazioni su giornali nazionali che non potrebbero essere meglio rappresentative di un conflitto che finalmente giunge fino ai piani alti dei decisori e che ha al centro il mantenimento o l’esclusione del gas come risorsa strategica nella transizione. Da una parte (7 luglio) una banale esposizione di un giornalista del quotidiano confindustriale (Sole 24 ore) sulla decisione di Eni di produrre a Ravenna energia da metano con sequestro della CO2. Dall’altra (8 luglio) un’intervista sulla Nuova Sardegna dell’ad di Enel Francesco Starace sulla emancipazione dai fossili della Sardegna, per farla diventare territorio ad esclusiva fruizione di energia da vento, sole, acqua. Le posizioni dei due enti energetici multinazionali italiani non potrebbero essere più distanti.

Vediamone le implicazioni, pur tenendo conto che le decisioni finali dovrebbero dipendere dalla politica e dal governo, tutt’ora molto confusi e reticenti.

Difficile a mio parere imbattersi in articoli più imbarazzanti di quello apparso sul Sole 24 Ore del 7 luglio 2021 a firma di Jacopo Giliberto. Si racconta di come sia inevitabile ed anche conveniente sequestrare CO2 prodotta da metano per riempire caverne sottomarine svuotate precedentemente del gas che contenevano. E’ talmente irriducibile la convinzione degli ispiratori dell’articolo di dire “verità” inoppugnabili, da suggerire nel sottotitolo un tempo di lettura senza respiro né confutazioni: 4 minuti… e via andare!

Il linguaggio è militaresco e in alcuni dettagli evoca sigle da controspionaggio: “guerra contro il clima”, “sfida della cattura dell’anidride carbonica, il gas accusato di riscaldare il clima”, “stoccaggio geologico di anidride carbonica nella concessione di coltivazione (dall’apparenza misteriosa n.d.r.) A.C 26.EA”.

In sostanza, Eni ha richiesto la licenza per sotterrare CO2 in un vecchio giacimento vuoto di metano sotto il fondo dell’Adriatico al largo di Ravenna. Si ammette, tuttavia, che i finanziamenti europei previsti nel Pnrr verrebbero esclusi e che, anzi, l’Ue ha in previsione di far lievitare i costi delle emissioni climalteranti con pesanti costi per le aziende ed “il rischio di farle uscire dal mercato fino a portarle al fallimento”. Naturalmente, non si spiega perché le combustioni di gas fossile vadano irreversibilmente eliminate, non nell’interesse delle imprese, ma in quello dei cittadini e dei lavoratori. La cattiva fama del CCS è “colpa dei comitati Nimby e di alcuni ecologisti che ritengono il pompaggio di CO2 nel sottosuolo un palliativo costosissimo destinato a mantenere in vita un modello di produzione e di consumo da loro disprezzato”. Da tempo non leggevamo argomentazioni così grossolane e offensive rispetto all’informazione cui i cittadini e le generazioni che verranno avrebbero diritto.

In sostanza, ci si chiede di svuotare prima i giacimenti di metano per produrre energia attraverso la combustione e, successivamente, riempire quelle stesse caverne, magari sottomarine, con un gas velenoso e più pesante dell’aria, secondo un ciclo a bassa efficienza ed alti costi, che crea rischi alla salute e alla stabilità dei suoli, pur di consumare riserve fossili che dovrebbero – quelle sì – rimanere sottoterra!

Ci metteremmo così alla pari – dice il Sole – con le licenze che Eni sta già avanzando nel Regno Unito, in Australia e a Timor Est.

Sorprendente invece, ma non inaspettata, l’intervista a Starace su Nuova Sardegna: “Enel farà della Sardegna un polo verde, incrementando l’elettricità, rinunciando al carbone e puntando su rinnovabili ed accumuli. Anticiperemo – dice l’ad della multinazionale italiana – i tempi della decarbonizzazione con progetti fattibili, credibili, sostenibili sia ambientalmente, che economicamente e con nuove assunzioni e nessuna trasformazione delle centrali a carbone con metano”. E questo da subito, cioè da qui al 2030. Alla domanda: perché niente gas, la risposta è inequivocabile: “Non ha senso investire nel gas, quando si pensa che servirà a stabilizzare il sistema solo per un breve arco di anni. Si tratta di cambiare per sempre i paradigmi ambientali locali e creare una filiera con un indotto più che doppio e una occupazione tra i 10mila e i 15mila addetti qualificati e specializzati.”

Credo che le due comunicazioni, a distanza di due giorni, suonino come musica alle orecchie di tutto quanto si è mosso a Civitavecchia contro la destinazione del sito oggi a carbone verso nuove combustioni di gas fossile. In fondo, la riconversione energetica di quel polo in riva al Tirreno ha molte analogie con la situazione sarda e gode, soprattutto, di un movimento vivo con un rapporto con l’intera società e le sue istituzioni, che rappresenta una vera e propria coalizione sociale, con comitati locali, sindacati, associazioni ambientaliste, apporti di esperti e ricercatori, che concordemente hanno già formulato un progetto alternativo al turbogas, con eolico sul porto, fotovoltaico galleggiante al largo e accumuli in base a pompaggi e storage di idrogeno.

Ovviamente, l’attesa è che si dica qualcosa anche dalle parti dei ministeri e del governo, dopo che la Regione Lazio e il Comune si sono fatti interpreti di quello che Starace – in piena sintonia con il Next Generation UE – ha definito un cambio dei paradigmi ambientali locali.

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