Silvio Berlusconi presidente della Repubblica? Sembra una barzelletta. E infatti l’ultimo a riproporla è stato Lino Banfi. “Sarebbe bellissimo”, ha detto l’attore comico appena due giorni fa. In politica, però, pure le idee più improbabili a volte rischiano di diventare realtà: soprattutto durante l’ultima, fluidissima, legislatura. Ed è per questo motivo che negli ultimi tempi l’ombra dell’uomo di Arcore è tornata a proiettarsi sullo sfondo del Quirinale. Colpa dell’asse aperto da Matteo Renzi con il centrodestra sul ddl Zan, che sembra essere la prova generale per scegliere il successore di Sergio Mattarella. Ma andiamo con ordine.

L’amore tra i due Mattei – Come è noto da giorni il leader di Italia viva ha deciso di affossare la legge sull’omotransfobia, votata alla Camera insieme al Pd e ai 5 stelle, per tendere la mano a Matteo Salvini. L’omonimo leghista, da parte sua, ha apprezzato, definendo l’atteggiamento di Renzi come “costruttivo“: tra i due Mattei non si era mai visto un tale livello di affetto reciproco. È per questo che i maligni hanno subito pensato male. D’altra parte è dall’inverno scorso, da quando cioè decise di staccare la spina al governo di Giuseppe Conte, che i bene informati riconducono le mosse del senatore di Rignano a un unico grande obiettivo: decidere di nuovo, come nel 2015, chi portare al Colle. Retroscena confermati dal diretto interessato, che in un’intervista a Repubblica ha spiegato di essere pronto a fare accordi con la destra per eleggere il prossimo capo di Stato. Anche perché, dice Renzi, “in questa elezione la destra ha il 45% dei grandi elettori, quindi sarà sicuramente al tavolo”. Tutto vero. Quello che Renzi ha dimenticato di dire è che i voti del centrodestra, sommati a quelli dei suoi, bastano per eleggere il capo dello Stato a partire dal quarto scrutinio, il primo in cui serve solo la maggioranza semplice.

Il pallottoliere per il Colle: servono 505 voti – Per l’elezione del tredicesimo presidente della Repubblica i grandi elettori saranno 1.009: 630 deputati, 321 senatori, 58 delegati regionali. Il quorum per eleggere il capo dello Stato al quarto scrutinio è fissato a 505 voti, che scendono a 503 dato che per prassi i presidenti di Camera e Senato non votano. In una situazione frammentaria come quella attuale un ruolo fondamentale lo giocheranno i tre delegati nominati da 19 Regioni, più quello inviato a Roma dalla Val d’Aosta. Visto che il centrodestra governa in 14 Regioni (più la provincia autonoma di Trento), esprimerà un numero compreso tra 34 e 42 delegati. In Parlamento, invece, la coalizione composta da Lega (196), Forza Italia (129), Fratelli d’Italia (56), Coraggio Italia (29) e Idea-Cambiamo (7) parte da almeno 417 voti, che possono diventare anche 440 pescando tra i vari componenti del gruppo Misto. Sommati ai delegati vuol dire che il centrodestra ha almeno 455 voti sicuri, che possono crescere fino a 482. Italia viva può contare tra 45 tra senatori e deputati: l’asse dei due Mattei, quindi, parte da 500 voti – a un soffio dalla soglia magica di 505 – e può arrivare a 527, ben oltre il quorum. Con questo schema i renziani sarebbero l’ago della bilancia. Un ruolo decisivo solo se giocato in tandem col centrodestra, visto che sull’altra sponda l’asse M5s-Pd-Leu non sembra potere andare al momento oltre i 412 voti, compresi i delegati regionali. Molto ovviamente dipende da cosa deciderà di fare il principale partito in Parlamento, cioè il Movimento 5 stelle, che però al momento sta vivendo il periodo più complicato della sua storia, con la lite tra Conte e Beppe Grillo che inevitabilmente influisce su qualsiasi ragionamento futuro. Dall’altra parte il Pd di Enrico Letta è il partito che in assoluto ha più candidati alla successione di Mattarella: Dario Franceschini, Walter Veltroni, David Sassoli, Paolo Gentiloni. Sono tutti ex alleati di Renzi, ai quali l’ex premier sarebbe ben felice di sbarrare la strada del Colle. Ecco perché il leader del piccolo partito d’Italia viva guarda al suo omonimo della Lega per il dopo Mattarella.

Il totonomi: da Casini a Cartabia – Assodato che ci sono i numeri, dunque, per la presa del Quirinale ai due Mattei serve un nome. “Al Colle non ho candidati, ma solo un presidente per volta. Ora si chiama Sergio Mattarella, dei nomi parleremo a febbraio 2022“, sostiene Renzi. Ci credono in pochi. Il problema è: quale è il nome che il senatore di Rignano ha già in serbo? Forse quello di Pierferdinando Casini, storico big del centrodestra poi migrato col centrosinistra? Ma l’ex presidente della Camera sarebbe in grado di prendere i voti di Fdi e della Lega? “Convergenze con Renzi per il Quirinale? Fantapolitica“, sostiene Salvini. Che al Colle ha più volte candidato Mario Draghi. Portare l’ex presidente della Bce al Quirinale avrebbe il vantaggio di liberare Palazzo Chigi e dunque far tornare il Paese alle urne prima della scadenza naturale della legislatura. Un’eventualità – quella del voto anticipato – che su renziani, berlusconiani e gran parte dei 5 stelle ha lo stesso effetto dell’aglio sui vampiri. Senza considerare che lo stesso Draghi potrebbe preferire una permanenza a Palazzo Chigi fino al 2023, in modo da gestire fino in fondo il Recovery, e puntare alla presidenza della Commissione Europea nel 2024. In questo caso l’alternativa naturale al premier sarebbe Marta Cartabia, la guardasigilli che piace a tutto il mondo catto-radical-liberale di sinistra, maggioritario sui giornali e nei talk-show ma molto meno presente nel Paese reale. In Parlamento sarebbero parecchi quelli che vorrebbero evitare il ritorno alle urne, eleggendo allo stesso la prima donna a capo dello Stato. Tra questi, però, non sembrano esserci nè Salvini e neanche Meloni.

L’ipotesi proibita – È in questo scenario che riprende quota l’ipotesi proibita: l’uomo di Arcore tra arazzi e corazzieri. “Berlusconi candidato a presidente della Repubblica? Se mi chiede il mio parere personale, le dico di sì: secondo me può ambire al Quirinale“, diceva Salvini ancora nel gennaio scorso. Da tempo nel mondo del centrodestra si racconta di un mezzo impegno del leader del Carroccio con Berlusconi: il Colle al pregiudicato, quel che resta di Forza Italia in dote a Salvini, libero così di giocarsi il ruolo di leader della coalizione con Giorgia Meloni. “Per il Colle mi do il 10-15% di possibilità“, sostiene l’ex cavaliere, secondo il Corriere della Sera. A leggere quello che scrive Francesco Verderami, da sempre molto informato sugli spifferi di Arcore, il leader di Forza Italia crede di avere già il voto di 476 grandi elettori. Sono insufficienti per raggiungere quota 505, ma possono crescere facilmente: un po’ con l’aiuto dei renziani in amorevole corrispondenza coi leghisti, un po’ con quella pletora di peones dispersa nei meandri dei gruppi Misti. Sembra una barzelletta, di quelle che però non fanno ridere.

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