“C’è un uomo che si chiama Cosimo Ferri, che ha un potere ancora oggi fortissimo, ed è l’unico che sta in silenzio, non a caso, a mio avviso”. Parola di Piero Amara, l’avvocato siciliano al centro di molteplici inchieste, complotti e misteri. Già condannato per corruzione in atti giudiziari – finora ha patteggiato in totale 3 anni e 8 mesi – per una serie di sentenze pilotate al Consiglio di Stato, Amara è l’uomo della fantomatica loggia Ungheria, una non meglio specificata associazione segreta della quale, a suo dire, fanno parte magistrati, avvocati e politici. “Questa è una associazione a delinquere finalizzata all’abuso di ufficio“, sostiene oggi l’ex legale esterno dell’Eni, in uno dei suoi ultimi interrogatori fiume davanti ai magistrati di Potenza. La notizia è che per il momento gli inquirenti lucani sembrano considerarlo credibile. Arrestato per l’ultima volta l’8 giugno scorso, Amara è infatti tornato in libertà da 24 ore. Restano, però, le accuse di concorso in corruzione nei confronti dell’ex procuratore di Trani e Taranto Carlo Maria Capristo, insieme al poliziotto Filippo Paradiso, all’avvocato Giacomo Ragno e al consulente di Ilva Nicola Nicoletti. A scarcerarlo – con obbligo di dimora a Roma – è stato Antonello Amodeo, lo stesso giudice che lo ha arrestato tre settimane fa. La procura di Potenza, guidata da Francesco Curcio, non si è opposta: la conferma che, al momento, Amara è considerato credibile.

Il verbale sui “fiorentini” – Già il 10 giugno scorso, però, davanti al gip Amodeo, al procuratore Curcio e al sostituto Giuseppe Borriello l’avvocato di Siracusa è tornato a riempire pagine e pagine di verbali. Settantasette fogli con accuse tutte da dimostrare: parla del procuratore Capristo (“era un commerciante“), dell’indagine sul caso Ilva in cui non nega le sue responsabilità ma cerca palesemente di allegerirle, delle dichiarazioni rese alla procura di Milano che hanno fatto scoppiare il caso della loggia Ungheria (con i verbali consegnati dal pm Paolo Storari all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo), ma anche dei suoi rapporti con quelli che definisce “i fiorentini“. Chi sono i fiorentini? I renziani che vanno al potere nel 2014. “Il problema erano sempre i fiorentini, perché in quel periodo, comunque, non si toccava foglia, non era il Pd in quanto tale. Luca Lotti aveva la delega al Csm, quindi quando loro dicono: ah, è normale, i laici… Ma i laici rispondevano a loro, punto e basta. Cioè Ermini forse ora ha preso un minimo di autonomia, ma fino a quando non scoppiavano gli scandali chi decideva il voto dei laici all’interno era Luca Lotti, e poi si coordinava insieme a Luca Palamara e a Cosimo Ferri“, mette a verbale Amara, assistito dagli avvocati Salvino Mondello e Francesco Montali. “Il Csm – continua – è stato gestito, almeno da quando io sono stato a Roma…da tre persone, in una certa fase: Cosimo Ferri, Luca Palamara, che era… che era… in realtà era – come si dice? – ponte d’ariete di Cosimo all’interno dell’Unicost e Luca Lotti”.

“Ferri è la mente di tutto il sistema”- Sono gli stessi personaggi che si sentono spesso nelle intercettazioni captate dal trojan installato sul cellulare di Palamara: in quell’inchiesta la procura di Perugia ha già usato alcune dichiarazioni di Amara, considerandole riscontrate. L’avvocato siciliano, però, sembra temere soprattutto Ferri, magistrato in aspettativa ed ex sottosegretario alla giustizia che oggi fa il deputato di Italia viva. “Cosimo Ferri, in assoluto, è la mente di tutto il sistema” e “ha un potere ancora oggi fortissimo, ed è l’unico che sta in silenzio – non a caso, a mio avviso – e quindi quando poi lei si deve andare a confrontare con dei tribunali un po’ di preoccupazione non è disumano averla, nella prospettiva, perché non è che finirà qua questa vicenda”. Ferri ha già smentito le ricostruzioni di Amara, negando di averlo mai frequentato: “Non ho mai avuto neppure il suo numero telefonico”, sostiene il deputato renziano, promettendo una denuncia per calunnia. Se quella denuncia dovesse arrivare di materiale Ferri ne avrà parecchio: Amara, infatti, nei verbali di Potenza lo tira in ballo più volte. Sostiene per esempio che grazie a Ferri il Csm graziò Maurizio Musco, all’epoca pm a Siracusa vicino ad Amara, che successivamente sarà poi radiato dalla magistratura. “La disciplinare l’abbiamo fatta alla Galleria Sordi – è il racconto dell’uomo di Siracusa – Abbiamo fatto venire, tramite Cosimo Ferri, un certo Pontecorvo, che è un magistrato di Mi (Magistratura indipendente è la corrente di Ferri ndr), all’epoca relatore di quella vicenda. A volte quando qualcuno voleva sfuggire al controllo, diceva: ‘Sai, io ero in minoranza, e quindi non ho votato‘. Allora Peppe Calafiore (socio di studio di Amara ndr) gli disse… scusi il siciliano: ‘E io sta cosa ‘a vogliu perdere 6 a 1‘. Cioè: ‘Io voglio il tuo voto, non mi interessa gli altri’. Come per dire: non sgarrate su questa vicenda”. Come finirà quell’udienza disciplinare? “Prosciolto, neanche la censura. In realtà c’era solo Fanfani (membro laico in quota Pd ndr) che voleva dare la censura. Interviene Luca Palamara e neppure la censura.

“Il veto dei fiorentini su Capristo a Firenze” – Bacci e la Boschi intervengono su Fanfani, e questo era il funzionamento della Sezione disciplinare”. Andrea Bacci è un altro “fiorentino”: amico della famiglia di Matteo Renzi, finanziatore della Leopolda, in affari con lo stesso avvocato siciliano. Chiedono ad Amara: lei ha avuto rapporti coi servizi di informazione? Risposta: “Servizi segreti…sì. Certo che ho avuto rapporti…anche Bacci e così via” . Sui fiorentini l’avvocato di Siracusa è un fiume in piena: racconta, per esempio, degli incontri organizzati per portare Capristo da Lotti. Prima di diventare procuratore di Taranto, infatti, Capristo voleva andare a fare il procuratore generale di Firenze: per questo, a sentire Amara, avrebbe organizzato un incontro tra il magistrato e Lotti. “La questione che interessava ai fiorentini, soprattutto, era Firenze, cioè tastare se questo rispondeva o non rispondeva. E lo stesso vale anche per Verdini. Tant’è che entrambe le riunioni avvengono in relazione alla Procura Generale di Firenze. Poi non andranno benissimo gli incontri, perché Lotti imputava a Capristo la troppa vicinanza sia a Boccia e a quel gruppo politico, sostanzialmente, e quindi si fidava, ma fino ad un certo punto. Mentre con Verdini, poi, la cosa non seguì“. Considerato vicino all’ala sinistra del Pd, quella del pugliese Boccia, secondo Amara Capristo in Toscana non andrà mai perché “c’era il veto dei fiorentini per la sua nomina a Firenze, e quindi bisognava superare i fiorentini perché non si fidavano di Capristo”. E qui Amara ricorda una frase che accredita a Lotti: “Però lei a me mi chiede i favori di notte, mentre di giorno ci fa sparare dai suoi amic”. Che senso aveva quella frase? “Lotti riteneva che lui fosse un uomo di Boccia e di quel gruppo politico, e quindi non lo volle a Firenze”.

“Quando a Firenze venne nominato Turco, Verdini minacciò la crisi” – Secondo il legale, il Giglio magico si era attivato quando c’era da nominare il nuovo procuratore capo di Firenze. “C’era Lotti che… aveva l’interesse. L’interesse era… in realtà, lì è un po’ al contrario, cioè nel senso di Lotti e di Verdini era di mettere delle persone di loro gradimento, o alla prima”. Alla fine, però, a Firenze sarà nominato Giuseppe Creazzo, magistrato inviso ai renziani visto che farà addirittura arrestare i genitori dell’ex premier. “Credo che ci fosse ancora Michele Vietti, che porta Creazzo, in realtà, in opposizione a Leonida Primicerio. E là io racconto quell’episodio singolare, perché noi, scusate il termine, dicevamo a Lotti: ma tu a Firenze devi nominare uno che ti – scusi la volgarità – che la domenica ti lava la macchina al parcheggio. Non cercare grandi nomi, perché poi non ti rispondono. Alla fine, però, Luca ci disse che il Vietti si era imposto e riuscì a far nominare, in realtà, Creazzo”. Addirittura, a sentire Amara, il governo sfiorò la crisi quando a Firenze arriverà come procuratore aggiunto Luca Turco, il magistrato che ha coordinato – tra le altre cose – varie indagini su esponenti del Giglio magico (a cominciare proprio dai genitori di Renzi). “Io mi ricordo che quando fu nominato Turco, io ho partecipato alla conversazione e Verdini minacciò di fare… Turco è un magistrato che sta a Firenze, credo di Md, che non so come riuscì a passare, e Verdini minacciò la crisi di Governo per… perché all’epoca si era già formata Ala. Una conversazione con Renzi, con Lotti e con Cosimo Ferri, dicendo: voi non controllate un cazzo, viene questo a casa mia”.

“La maglietta sudata di Pogba” – A leggere il verbale con le parole dell’avvocato siciliano tornano in mente le intercettazioni dell’hotel Champagne con Palamara, Lotti e Ferri che discutono della nomina al vertice della procura di Roma. “Perché cosa doveva succedere a Roma? – dice Amara – Sostanzialmente, mi dispiace dirlo, l’obiettivo era che poi arrivasse, effettivamente … che è persona per bene… l’obiettivo è proprio che arrivasse Viola perché così – testuali parole – Ielo se ne andava a fare le fotocopie“. Il quadro d’insieme, in ogni caso, è proprio quello del sistema nomine ricostruito dalle indagini su Palamara: “C’erano magistrati che non avevano nessuna intenzione di incontrare… di incontrare politici e c’erano, invece, magistrati ribadisco: non solo Capristo che volevano incontrare anche ‘il netturbino‘ per raggiungere il loro… anche la moglie gli davano, se potevano raggiungere un certo risultato. Lei non ha neanche l’idea di quello … Forciniti (ex togato di Unicost) una volta chiese la maglietta della Juventus sudata. Doveva essere sudata, di Pogba. Cioè, uno che le fa questa richiesta, ha problemi seri. E Io sono juventino, quindi no”.

“Abbiamo dato i soldi ai fiorentini”- Completamente priva di riscontro è poi un’altra dichiarazione di Amara, che sostiene di aver “fatto dei finanziamenti in Svizzera, cioè se non mi hanno contestato finanziamento illecito non è che è colpa mia. Sia io che Calafiore abbiamo detto: abbiamo dato dei soldi ai fiorentini, a una società svizzera che si chiama Racing Horse, intestata a Bacci, di interesse di Lotti. Io più di questo… non è che gli posso fare il capo di imputazione”. È uno dei tanti passaggi in cui Amara si lamenta di aver fatto dichiarazioni alle quali non sono poi seguite indagini. Rivolto al procuratore Curcio a un certo punto dice: “Io volevo venire da lei a raccontare le cose di Milano perché non è un’indagine che si può trattare in quel modo in cui è stata trattata, con paura e senza aggressività”.

“Laghi, Capristo e Renzi erano tutta una cosa” – Sull’affare dell’Ilva e della nomina di Capristo a Taranto, invece, Amara cerca di allegerire la propria posizione, puntando i riflettori su Enrico Laghi, nominato commissario dal governo di Matteo Renzi. “All’Ilva non si muoveva un dito se non era Enrico Laghi a decidere. Il dominus di certi rapporti era Enrico Laghi e, come lei stesso scrive, cinicamente decide di nominarmi quando nella cena a casa mia. Laghi aveva rapporti diretti col… mentre io ho sempre avuto rapporti Bacci-Lotti, in relazione alla vicenda Ilva il rapporto era direttamente con il premier e con la famiglia Riva. Questo ‘giocava con tre mazzi di carte‘. Secondo la procura di Potenza ad Amara venne affidato un ruolo di consulente perché doveva partecipare alla cosiddetta “trattativa” con la procura per raggiungere quel patteggiamento che avrebbe dovuto consentire alla società di uscire dal maxi processo “Ambiente svenduto“. Patteggiamente che era stato bocciato dall’ufficio inquirente guidato da Franco Sebastio, ma poi raggiunto quando a guidare la procura era arrivato Capristo: sarà la corte d’Assise di Taranto a rigettarlo. Amara, però, tenta di raccontarla diversamente: “Nella gestione finale Laghi, Capristo, un certo Morandi, che a voi forse non dice nulla, e Renzi erano tutta una cosa nella gestione del patteggiamento“. Secondo Amara, per questo motivo “l’Ilva insieme al governo ha appoggiato la nomina di Capristo, avevano…e non mi ferisco, questa volta, a Lotti, ma dalle mie informazioni in questo caso era direttamente il premier che pare…e io ricordo anche che lui è venuto a Taranto; è andato a salutare personalmente anche Capristo e si sono incontrati in occasione di una sua venuta. A quel punto, la gestione della vicenda dell’Ilva sarebbe avvenuta in modo diverso. Ma loro … anche i decreti concordavano. C’erano dei decreti che faceva Renzi, di volta in volta…”. Sono i vari tentativi di salvare lo stabilimento siderurgico da parte dell’allora presidente del consiglio: uno di quei decreti sarà poi considerato incostituzionale.

“Eni Nigeria? Per me è un mistero che li abbiano assolti” – Durante il suo interrogatorio, Amara racconta anche molto altro. Spiega di aver assunto il figlio dell’ex procuratore aggiunto di Taranto, Pietro Argentino (“Io non lo volevo assumere perché per me era un costo. A me Argentino me l’ha chiesto in Procura di assumere suo figlio, e io l’ho assunto”), di essere stato inseguito dalla gente che voleva una raccomandazione (“A un certo punto non andavo in studio, perché stavano sotto a chiedere favori”), di avere guadagno ingenti somme dall’Eni (“Io ero quello che fatturava, forse, di più, dopo la Severino, in tutta Italia”). E a proposito di Eni, l’ex legale esterno spiega perché in passato non aveva voluto parlar dell’azienda del cane a sei zampe: “Non volevo parlare contro l’Eni, perché l’Eni è l’Eni, io lo so cosa è l’Eni”. Il giudice chiede: “Cos’è l’Eni?”. Risposta: “L’Eni è un potere imnenso. L’Eni ha la capacità … ha un servizio di security che fa paura“. Amara diventa noto all’opinione pubblica proprio quando viene svelato il suo ruolo nella fabbricazione del dossier fasullo su un complotto – completamente inventato -ordito ai danni dell’ad Claudio Descalzi, all’epoca finito sotto inchiesta per la vicenda delle presunte tangenti pagate in Nigeria: per queste vicende Amara è indagato a Milano per depistaggio. “Fino a quel momento Descalzi era visto come una specie di delinquente per l’operazione Opl 245, il cui vero obiettivo era fare cambiare le dichiarazioni a Armanna”. Il processo sulle tangenti in Nigeria, però, è finito con l’assoluzione di tutti gli imputati. “Per me – ha messo a verbale Amara – è un mistero che li abbiano assolti, diciamolo francamente”.

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

“In relazione alle valutazioni del pregiudicato Piero Amara, rese mentre si trovava ristretto nella libertà nel contesto delle indagini della procura di Potenza, Eni prende atto delle stesse sottolineando come il Tribunale di Milano abbia adottato la decisione di assolvere tutti gli imputati “perché il fatto non sussiste”, a esito di 73 udienze, dopo avere ascoltato 43 testimoni ed esaminato il vasto materiale dell’indagine. Conformemente a tale decisione, anche la Corte di Appello di Milano ha pronunciato l’assoluzione degli imputati nel rito abbreviato con la stessa formula, e avendo altresì esaminato ulteriore materiale probatorio raccolto in indagine e non ammesso nel rito ordinario. Piero Amara e chiunque altro diffonda insinuazioni e valutazioni diffamatorie di Eni (non si comprende basate su quali elementi se non il proprio e personale giudizio interessato) renderanno conto anche di queste davanti ai giudici della Repubblica degli ulteriori pregiudizi arrecati alla reputazione della società e del suo management”.

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