I ghiacciai si sciolgono ogni anno di più, ci sono evidenze di stress idrico per le colture e le specie vegetali di alcune aree del Paese. Mentre i nostri mari si riscaldano, soprattutto il mar Ligure, l’Adriatico e lo Jonio settentrionale. E se gli incrementi del livello marino sono continui e irreversibili, a Venezia l’innalzamento delle acque si affianca alla subsidenza (abbassamento di quota) della terraferma, più che raddoppiata negli ultimi decenni rispetto ai valori del lungo periodo (1872-2019). Tutto questo emerge dal primo monitoraggio degli impatti dei cambiamenti climatici in Italia, presentato dal Sistema nazionale protezione ambiente (Snpa) nel corso di un evento online. Lo studio prende in considerazione venti indicatori e trenta casi pilota, scelti da un gruppo di lavoro composto da esperti provenienti da Agenzia per la protezione dell’ambiente, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), e altri istituti ed enti di ricerca. Sotto osservazione 13 settori vulnerabili già individuati nell’ambito della Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e dalla successiva bozza del Piano nazionale: risorse idriche, patrimonio culturale, agricoltura e produzione alimentare, energia, pesca, salute, foreste, ecosistemi marini e terrestri, suolo e territorio, ambiente alpino e appennini e zone costiere. In Italia, è la conclusione, “si delineano criticità sia per le risorse naturali che per i settori socio-economici“.

LA PERDITA DI MASSA DEI GHIACCIAI – L’ambiente alpino presenta evidenti tendenze alla deglaciazione. Per l’effetto combinato delle elevate temperature estive e della riduzione delle precipitazioni invernali, si registra una perdita costante di massa dei ghiacciai. In particolare emerge come le perdite cumulate dal 1995 al 2019 vadano da un minimo di oltre 19 metri di acqua equivalente (cioè lo spessore dello strato di acqua ottenuto dalla fusione del ghiaccio) per il ghiacciaio del Basòdino, fra Piemonte e Svizzera, ad un massimo di quasi 41 metri per il ghiacciaio di Caresèr, in Trentino Alto Adige, per una perdita di massa media annua di oltre un metro di acqua equivalente. Il bilancio cumulato dei ghiacciai analizzati nei casi pilota regionali di Valle d’Aosta e Lombardia mostra perdite che ammontano a oltre 15 metri di acqua equivalente per il ghiacciaio del Timorion (2001- 2019) e a quasi 36 metri per il ghiacciaio di Alpe Sud (1998-2019). A questi fenomeni si aggiunge una chiara tendenza al degrado del permafrost (lo strato di terreno perennemente ghiacciato): l’analisi di due siti pilota (Valle d’Aosta e Piemonte) evidenzia un aumento medio di temperatura di 0,15 °C ogni dieci anni con un’elevata probabilità di degradazione completa entro il 2040 nel sito piemontese. “Si ha permafrost solo in presenza di temperature negative al di sotto dello strato attivo del suolo per almeno due anni consecutivi – spiegano, infatti, gli esperti -, una condizione che rischia di scomparire al 2040”.

IL MARE SI RISCALDA – Le variazioni annue di temperatura superficiale mostrano incrementi in tutti i mari italiani con alterazioni marcate nel Mar Ligure, Adriatico e Ionio Settentrionale e valori attenuati nel canale di Sicilia. In prossimità della costa pugliese e lucana si riscontrano i valori maggiori, che superano la variazione di 0,08 °C all’anno. All’aumento della temperatura del mare corrisponde già una significativa variazione della distribuzione delle specie, con un aumento della pesca nei mari italiani di quelle che prediligono temperature elevate (specie di piccole dimensioni come acciuga, sardinella, triglia, mazzancolle e gambero rosa), che si stanno diffondendo sempre più a nord. Penalizzate, invece, le specie di grandi dimensioni, talvolta di grande interesse commerciale, come il merluzzo, il cantaro, il branzino, lo sgombro e la palamita. Questo fenomeno è fotografato dall’indicatore “temperatura media delle catture”, calcolata anno per anno in base alle catture commerciali, cresciuta di oltre un grado negli ultimi 30 anni (un fenomeno più marcato nei mari del sud, nel Tirreno e mar Ligure rispetto all’Adriatico).

IL LIVELLO DELLE ACQUE – Le variazioni del livello del mare, “seppur lente e non apprezzabili dall’occhio umano nel breve periodo”, costituiscono fonte di preoccupazione per le conseguenze che potranno avere sulle coste. Incrementi nell’ordine di pochi millimetri l’anno (valori medi del trend pari a circa 2,2 millimetri l’anno con picchi nel Mare Adriatico di circa 3 millimetri) ma “continui e irreversibili”. A preoccupare è soprattutto il caso di Venezia, “per le irreversibili conseguenze che si potrebbero avere su un patrimonio storico-culturale e architettonico unico e sull’insediamento urbano in generale”. Qui il tasso di innalzamento del livello medio del mare si attesta sui 2,53 millimetri l’anno, ma il valore è più che raddoppiato (5,34 millimetri) se si considera solo il periodo dal 1993 al 2019. Ma un altro effetto è quello dei processi erosivi lungo la costa, con il 37% dei litorali soggetto ad erosione (periodo 2000-2007) al netto delle variazioni stagionali e altri 600mila metri quadrati di arenili persi, senza che nel decennio successivo sia stata invertita la tendenza.

STRESS IDRICO E SICCITÀ – Evidenze di stress idrico per le colture e le specie vegetali analizzate si riscontrano nei casi pilota di Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia, “dove la carenza continuativa di rifornimento idrico può comportare sul lungo periodo possibili conseguenze sul ciclo di crescita e riproduttivo e una consistente perdita produttiva con evidenti ricadute economiche”. Negli ultimi 60 anni (1961-2020) il rischio di siccità in agricoltura in Emilia-Romagna è in aumento per le colture prese in esame (mais, erba medica, vite). L’incremento più alto nel deficit cumulato di acqua è stato osservato per il mais. “Da questo primo quadro conoscitivo – spiegano gli autori del rapporto – emerge con chiarezza la necessità che venga garantita una continua osservazione di quanto sta accadendo sul nostro territorio, attraverso il rafforzamento dei sistemi di monitoraggio, una più sistematica raccolta di dati, una più adeguata standardizzazione delle metodologie di elaborazione degli indicatori”.

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