Ufficialmente si chiede alle forze mercenarie di abbandonare la Libia. Ma il succo del vertice di Berlino è il metodo “Siria” immaginato anche per Bengasi e Tripoli, ovvero staccare un assegno miliardario vero il presidente turco Erdogan per fargli gestire i migranti libici dopo quelli siriani. Il problema è di duplice natura, morale e logistico.

Il “successo” della gestione dei siriani su suolo turco è riscontrabile dalle condizioni in cui hanno vissuto e dai molteplici tentativi di fuga, verso il confine ellino-turco di Evros (dove sono stati anche portati dalla polizia turca in qualità di merce) e da lì verso il costone balcanico. Condizioni spesso disumane, per un problema del cui embrione poco si discute, perché scomodo. La guerra in Siria, la sua protogenia, la sua gestione e la tragicità di morti, feriti e sfollati. La consueta gestione improvvisata dei fenomeni socio-geopolitici che si sono verificati nel Mare Nostrum e dintorni nell’ultimo ventennio (in primis Siria, Libia, Afghanistan) ha prodotto un evento drammatico come le condizioni del popolo siriano, oggetto di una deportazione forzosa perché in fuga da guerra e macerie.

Una situazione che ho toccato con mano, visitando più volte l’hotspot greco alle Termopili, dove ho raccolto dal vivo le testimonianze di numerosi siriani costretti alla fuga e alla detenzione in questi centri, senza possibilità di tornare nella propria terra né di raggiungere congiunti in altri paesi Ue. Ho incontrato un medico i cui parenti si trovano in Emilia Romagna, il proprietario di un supermercato, uno studente.

In secondo luogo la scelta reiterata di affidarsi a Erdogan presenta numerose incognite, sia circa il rendimento dell’operazione, sia circa le motivazioni di fondo della scelta, che spesso non vengono comunicate fino in fondo. Consegnare al presidente turco un’altra arma negoziale dal così forte impatto è un rischio che l’Europa non può permettersi di correre, visti i pregressi comportamentali del suddetto: le minacce armate alle nave Sapem dell’Eni, le pretese sul gas a Cipro e in Grecia che nessun trattato internazionale avalla, gli sconfinamenti dei F-16 turchi sui cieli greci per provocare un incidente, le crociate erdoganiane contro le libertà individuali che una nuova classe dirigente turca sta provando a stemperare, come il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu e la probabile candidata presidente anti-Erdogan Canan Kaftantsioglou.

Inoltre la Germania, principale sponsor dell’accordo con Ankara, è attesa a breve dalle elezioni politiche, le prime del post merkelismo: necessita fisiologicamente di risolvere al più presto il dossier migranti e di chiudere la cosiddetta rotta balcanica, la cui ripresa potrebbe influire sul consenso interno alla Cdu, tallonata dai Verdi.

In sostanza, sul dossier migranti, le pressioni della Germania per un nuovo accordo con Erdogan comportano per l’Ue e gli stati membri l’assunzione di una serie di rischi di primaria rilevanza. Sarebbe utile conoscerli tutti prima di apporre quelle firme, per evitare in seguito di sorprendersi da virate imperialistiche e pretese geopolitiche che non saranno un fulmine a ciel sereno.

Twitter @FDepalo

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