Il Piano estate è un buco nell’acqua per molte scuole: su 5.888 istituti che hanno fatto richiesta per avere i finanziamenti del bando Pon (320 milioni di risorse europee), 1.941 scuole non hanno ricevuto nulla da questo capitolo ma si devono accontentare dei circa 18-20 mila euro distribuiti attraverso un decreto ministeriale a tutte le realtà.

Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi a fine aprile, lanciando il “Piano estate” aveva immaginato scuole aperte a giugno, a luglio, agosto e settembre. Aveva parlato di risorse dedicate alle aree più fragili del Paese. Aveva pensato a “una scuola “affettuosa” che sappia stare al fianco dei nostri bambini e ragazzi, che, partendo dai più fragili, sia punto di riferimento per tutta la comunità e le famiglie”. Annunci che non sono diventati concretezza anche per molti casi di scuole situate in aree periferiche della capitale o di alcuni capoluoghi regionali.

I fondi messi a diposizione (150 milioni provengono dal decreto sostegni; altri 320 milioni dal Pon per la scuola e 40 milioni dai finanziamenti per il contrasto delle povertà educative) non sono stati sufficienti per far partire le attività per tre mesi in molte scuole. “Il Fatto Quotidiano” in edicola il 16 giugno già aveva sottolineato il fatto che molte scuole hanno dovuto rinunciare ad aprire a luglio e agosto.

La questione diventa ancora più grave se a non poter accogliere i ragazzi sono soprattutto quelle realtà di periferia o con bisogni speciali che avevano sperato nel “Piano estate”. I criteri del Pon hanno lasciato a bocca asciutta parecchie scuole che pur non essendo collocate al Sud hanno gli stessi problemi. I 320 milioni, infatti, sono andati quasi tutti in Meridione: tutte le domande arrivate da Sicilia, Campania, Calabria, Sardegna, Puglia, Abruzzo, Basilicata e Molise sono state accolte. Al Nord solo le richieste di Friuli Venezia Giulia (71), Province autonome di Trento (23) e Bolzano (14) hanno trovato l’’ok. Nella regione Lazio su 486 richieste solo 175 istituti riceveranno i fondi Pon. In Toscana su 363 domande 148 avranno i finanziamenti. In Umbria 122 presidi si sono mesi al lavoro per il bando ma 72 sono riusciti a raggiungere l’obiettivo. Più a Nord, la Lombardia ha 540 scuole che sono rimaste al palo, il Veneto 142 e la Liguria 56.

Il caso più emblematico ma non è chiaramente l’unico è quello dell’istituto “Francesca Morvillo” a Tor Bella Monaca, una scuola in trincea dove la dirigente Valeria Sentili si fa in quattro per dare un punto di riferimento a dei ragazzi che definisce “meravigliosi” ma che sa provenire da famiglie con difficoltà: “Avevo messo la mano sul fuoco che sarei riuscita ad ottenere i finanziamenti del Pon perché ho, purtroppo, tutte le carte in regola per avere gli indicatori che corrispondono a quelli del Pon sia per quanto riguarda lo status socio economico sia i risultati delle prove Invalsi”.

Valeria Sentili aveva sognato di tenere aperta le aule non solo a giugno ma anche a luglio e agosto proprio come desiderava il ministro, ma non potrà più mettere in pratica la sua idea: “Quando ho visto la graduatoria sono rimasta scioccata. Non solo sono rimasta esclusa, ma son finita in fondo alla classifica. Non prenderò neanche un centesimo nemmeno dei 40 milioni dei finanziamenti per il contrasto delle povertà educative. Devo accontentarmi dei 29 mila euro assegnati dal Mi sulla base del numero di alunni (1300)”. Cosa è successo? La preside del “Morvillo” lo ha chiesto al ministero inviando una lettera: “Mi hanno chiamato manifestando il loro dispiacere, ma mi hanno spiegato la ratio dell’assegnazione: i soldi non sono stati dati prendendo in esame i valori assoluti delle prove Invalsi, ad esempio ma hanno verificato i gup tra il penultimo e l’ultimo anno di riferimento. Avendo avuto un miglioramento non ho avuto diritto ad un punteggio alto. I criteri del Pon sono assurdi. A questo punto avrei dovuto falsificare al ribasso i dati”.

A pagare le conseguenze della burocrazia sono gli alunni della Gentili. Con 29 mila euro la preside ha attivato il “Piano estate” per i 300 ragazzi che hanno aderito ma durerà solo fino a giugno. Faranno laboratori di arte, musica, sport, attività para-olimpiche, teatro e lingua straniera ma per tre settimane. Il rammarico della dirigente è anche per l’assegnazione dei 40 milioni: “Anche in quel caso non prenderò nulla eppure c’è qualcuno che avrà diritto ai fondi Pon e pure a quelli del contrasto per la povertà. Che senso ha lasciare una scuola senza soldi e darne troppi ad altri?”.

C’è anche chi ha persino rinunciato ai fondi Pon ma che non è comunque rientrato nella graduatoria dei 40 milioni e si accontenterà di fare qualche attività ma solo a settembre. E’ il caso di Chiara Simoncini, la preside dell’istituto “Artemisia” di Roma che conta 1.500 alunni. “Aderire ai Pon è troppo complicato. La rendicontazione è macchinosa. Dopo un anno come quello appena trascorso non potevamo imbarcarci in questa nuova impresa. Avevo fatto un progetto per il bando per il contrasto delle povertà educative: volevamo realizzare delle aule destrutturate e mobili ma dovremo rinunciare al nostro sogno”. All’ “Artemisia” metteranno in campo delle attività di robotica e coding a settembre ma ancora non si sa quanti bambini aderiranno.

Tanta l’amarezza e la delusione anche di Isabella Pinto a capo di un istituto davvero speciale, ilh, una scuola per sordi e udenti che ha tre sedi: a Roma, a Padova e a Torino. Nella capitale la preside gestisce infanzia, primaria e secondarie. In Piemonte un professionale con 180 ragazzi e in Veneto un convitto. In tutto aveva 150 alunni, tra quelli di Torino e quelli di Roma, che avrebbero voluto andare a scuola quest’estate. “Siamo rimasti con il cerino in mano. Credevo che una scuola come la mia – spiega Pinto – a avesse sicuramente diritto ai fondi Pon o a quelli del contrasto alla povertà ma nulla. Mi hanno dato solo sette mila euro in base al numero degli alunni. Cosa vuole che faccia con una cifra così?”. Pinto e i suoi docenti avevano già programmato dei corsi di vela e altre iniziative ludiche e non solo ma si sono rassegnati a fare qualche ora di potenziamento a settembre. “Sa dove sono andati i soldi? Ai licei più “in” di Roma. E dire – racconta la preside con l’amaro in bocca – che il “Piano estate” era stato concepito proprio per colmare il divario culturale accresciuto con l’emergenza Covid”.

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