“Ecco perché invitiamo Nichi Vendola a un confronto pubblico in una piazza di Taranto”: è il titolo del post di Francesco Casula pubblicato il 17 giugno (riproposto qui in calce). Partendo dall’annunciato ritorno dell’ex leader di Sel sulla scena pubblica, il nostro corrispondente da Taranto e dalla Puglia ha invitato l’ex governatore ad andare nel capoluogo ionico per spiegare ai cittadini la sua verità e le sue ragioni circa il contesto e il contenuto della sua telefonata con il dirigente dell’Ilva Girolamo Archinà. Qui sotto potete trovare la risposta integrale di Vendola.

Ilfattoquotidiano.it prende atto delle motivazioni dell’ex presidente della Regione Puglia nel rifiutare Taranto come luogo per l’intervista: riteniamo che l’esigenza di ottenere risposte sia prevalente rispetto alla scelta del luogo. Per questo rinnoviamo all’ex governatore la richiesta di una intervista con il giornalista Francesco Casula per chiarire i dettagli di una vicenda che ha inferto una ferita indelebile alla città di Taranto e non solo.

di Nichi Vendola

Ho apprezzato molto il tono civile e rispettoso con cui Francesco Casula, dal suo blog su Il Fatto Quotidiano, mi ha invitato ad un confronto in una piazza di Taranto. Mi ha stupito scoprire, dalle sue parole, il convincimento della mia innocenza nel processo “Ambiente svenduto”. Al netto della mia innocenza processuale (che spero possa esser riconosciuta dall’appello) resta, come un vulnus, come una colpa sociale e culturale, la famigerata telefonata richiamata da Casula. Il punto che io contesto come inaccettabile e infamante riguarda proprio le risate. Si è cercato di dipingermi come uno di quelli che, nella stessa notte del terremoto dell’Aquila, ridevano pensando al business della ricostruzione. Come è ovvio io non rido dei tumori, di cui è ricca la storia della mia vita e dei miei dolori. Rido dello “scatto felino” con cui Archinà reagisce a protezione del suo padrone.

Quell’episodio risale a novembre del 2009. In quei giorni non ero in Puglia e mi era giunta solo l’eco di un gesto che mi sembrava così antitetico allo stile cerimonioso del responsabile relazioni istituzionali dell’Ilva. Qualche giorno dopo, incontrandolo prima di una riunione, chiesi ad Archinà la ragione di quello strappo, di quell’atteggiamento così violento, e lui mi disse una cosa che mi colpì molto: “Quel giornalista era stato mandato dal suo editore a provocare non per finalità nobili. Parliamo di contratti pubblicitari, di soldi”. Ripeto, siamo a novembre 2009. La mia telefonata invece avviene otto mesi dopo, nel luglio 2010.

Quella sera io sono a Roma, a cena a casa di amici, e sul mio cellulare continuano ad arrivare messaggi di allarme sui settecento lavoratori somministrati a rischio licenziamento, a Taranto. Casula, che è tarantino, ricorderà quanto fosse incandescente e drammatico il conflitto innescato da quella vertenza. Inoltre da diverse settimane dal vertice di Ilva giungeva la richiesta di un incontro. E allora decido di chiamare Archinà per concordare una riunione. Prima di comporre il suo numero, uno dei miei amici fa un riferimento a quel vecchio video. Io non lo avevo mai visto, il mio amico me lo mostra mentre comincia a squillare il cellulare di Archinà.

Ed è allora che rido, rido di uno stile servile, di una sequenza surreale. E, ridendo, non mostro alcuna solidarietà verso quel giornalista espropriato del suo microfono, perché ho nella mia testa il racconto di Archinà, perché io in quel momento non credo che quel giornalista stia facendo un lavoro d’inchiesta, perché credo che sia stato mandato dal suo editore a provocare non per finalità nobili. Poi chiederò scusa a quel giornalista per averlo definito “faccia da provocatore”, perché non sapevo onestamente nulla di lui e del suo editore. Ho sbagliato, sia pure in una conversazione privata, a dare per scontato cose che non ero in grado di verificare.

Devo però dire che, a prescindere da questo specifico episodio, nell’ascolto delle conversazioni captate dalla polizia giudiziaria, non di rado emerge un volto opaco di una parte del mondo dell’informazione, a Taranto, con episodi di malcostume e di soggezione a una linea editoriale gradita a Ilva. Mi fermo qui. Quella telefonata, come molti sanno, non è stata oggetto di contestazione nel processo penale. Ma in quel processo, alla fine, sono stato condannato. Io credo di conoscere le ferite di Taranto. Alcune delle quali ho cercato di curare, sia pure nella distrazione di tutti i poteri e nella latitanza dello Stato e di tutti i governi. Ma Casula, visto che mi considera innocente, può immaginare quale sia il dolore e la disperazione di un innocente condannato ingiustamente. Questo non mi impedisce di rispondere alle sue domande, ma non è opportuno che mi sottoponga, a Taranto, ad un processo di piazza. Quando la giustizia ritroverà la verità, allora tornerò a Taranto.

Ripubblichiamo qui di seguito per intero il post di Francesco Casula del 17 giugno:

Sono contento che Nichi Vendola abbia annunciato un ritorno sulla scena politica: il suo contributo può riportare al centro del dibattito politico questioni fondamentali che solo persone della sua levatura umana e politica sono in grado di offrire.

Detto questo, credo che prima di farlo ci sia da ricucire una ferita. Il cuore e il corpo dei tarantini ancora sanguina. Personalmente ritengo la sua condanna nel processo Ambiente Svenduto un errore, ma non è per le presunte pressioni su Giorgio Assennato (che le ha negate ed è stato altrettanto ingiustamente condannato) che i tarantini sono feriti. La famigerata telefonata con il dirigente Girolamo Archinà, pur non rappresentando un reato, mostra chiaramente un volto diverso da quello in cui tanti tarantini, tra cui il sottoscritto, hanno creduto. Ricordo ancora con emozione il comizio conclusivo della campagna elettorale per le regionali 2010 a Bari dinanzi al teatro Piccinni: la mia fidanzata dell’epoca qualche giorno prima mi propose di partecipare ad Amnesty Jazz che si teneva proprio quel giorno al teatro Piccinni. Accettai subdolamente solo per poter sgattaiolare fuori a sentire Vendola: quando ascoltai “verso Sud” avevo i brividi.

Ecco, forse è per quelle parole d’amore verso questa terra che quella telefonata e quelle risate sono state così dolorose. Il tribunale di Bari – lo dico perché non ho paura della verità – ha condannato me, il direttore Peter Gomez e altri colleghi a risarcire a Vendola 50mila euro per aver pubblicato un video di quella telefonata, ritenuto suggestivo e diffamante per Vendola: non abbiamo gridato alla barbarie giudiziarie, non abbiamo accusato i giudici e l’intera magistratura. Non abbiamo invocato una riforma della giustizia. Abbiamo fatto appello e confidiamo nella giustizia e nel nostro avvocato. Al di là dell’aspetto processuale, però, quella risata è comunque un fatto: non una critica, un’opinione, un parere.

Vendola si è sempre difeso sostenendo che cercava di tenere buona l’Ilva per mediazione politica: c’era da salvaguardare l’ambiente, ma anche la questione dei lavoratori interinali. Io gli credo, ma credo sia opportuno che Vendola lo spieghi per bene ai tarantini. E non lo faccia da uno studio televisivo senza contraddittorio. Mi piacerebbe poter incontrare Vendola in una piazza a Taranto, davanti a tutti. Senza alcun pregiudizio, vorrei potergli porre una serie di domande che, da tarantino prima che da giornalista, conservo nel cuore da tempo. Vorrei poter ascoltare le sue risposte con l’animo sincero di chi, pur essendo ferito, rifiuta l’odio e il rancore.

Ecco, sarebbe bello se Nichi accettasse: la giustizia farà il suo corso e stabilirà se il video del Fatto lo ha diffamato o meno, ma nel frattempo potremmo tornare a confrontarci come rappresentanti della stampa e della politica su un tema – la questione tarantina – che per entrambi è stato un punto importante della vita. Mi piacerebbe davvero poterlo incontrare e intervistare. Quando e come preferisce, purché sia a Taranto. Farebbe bene a tutti. A noi tarantini e a Nichi.

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