“Una lezione. Meglio, una batosta. A infliggercela è stata l’Italia, unica vera padrona dell’Olimpico. La Svizzera, assente ingiustificata…”. Hai ragione, Massimo Solari, la nostra Nati – la National – ha fatto pena. E tu lo hai scritto, con onestà e scrupolo (questo sì, è parte del nostro carattere nazionale) sul Corriere del Ticino, e noi, che abbiamo seguito la partita dal Caffè Federale di Lugano, non possiamo che amaramente condividere le tue parole.

Ci ruga un sacco, anche perché con la vittoria del Galles sulla Turchia che sarà nostra avversaria nell’ultima partita alla morte del girone di qualificazione, l’Euro dei rossocrociati si è complicato maledettamente. Perdere con l’Italia non ci è mai piaciuto. Siamo come parenti serpenti. La prima volta che le nostre due squadre si sono affrontate fu 110 anni fa, il 7 maggio del 1911. Pochi mesi dopo l’Italia avrebbe attaccato la Turchia per impossessarsi della Libia, e in Svizzera ci fu una grande campagna stampa contro questa aggressione. La partita, un’amichevole, finì 2 a 2. Pareggio salomonico. Due settimane dopo, però, schiacciammo l’Italia con una tripletta. Fummo noi a siglare il 3-0, lo stesso risultato che ci hanno rifilato ieri sera. Era il 21 maggio del 1911.

Addio, Lugano bella. In campo, infatti, questo mercoledì 16 giugno “c’è stata una sola squadra. Vera, bella, audace”, hai sottolineato Massimo, non hai neppure celato la tua ammirazione, la tua invidia, il tuo amor proprio ferito dalla magnifica doppietta di Locatelli, dal gol di Immobile che tenacemente ha sigillato il trionfo della Squadra Azzurra. Ricordi Nino Manfredi in Pane e cioccolata? L’italiano emigrato in Svizzera, perseguitato dalla sfortuna, dileggiato da noialtri, che assiste alla partita della nazionale italiana in un bar svizzero e reprime il suo tifo per non farsi riconoscere come italiano ma alla fine non ce la fa più, l’Italia segna e lui sbotta felice, grida, urla, perché non vuole negare e reprimere la sua identità, e la nazionale di calcio gli restituisce dignità e soddisfazione? Ecco, è capitato di nuovo: “L’Italia ci ha surclassato, trascinata dall’entusiasmo, dalla qualità dei suoi giocatori”.

Italia Grandiosa ha titolato la Bild Zeitung, in italiano, la testata tedesca che non è mai tenera con gli italiani, ma ieri tutto il mondo si è divertito a vedere giocare gli undici della Squadra Azzurra. Solida, ambiziosa, in cui i giocatori sanno gestire bene il pallone e puntano sempre alla rete avversaria, altro che catenaccio, il loro è un gioco allegro, il nostro un gioco triste. Aveva ragione l’ingegnoso Orson Welles, quando nel film Il terzo uomo (interpretava magistralmente l’enigmatico Harry Lime in una Vienna del 1946 devastata dalla guerra e divisa in quattro zone d’occupazione) sentenzia: “In Italia, per trent’anni sotto i Borgia vi furono guerre, terrore, omicidi, carneficine, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo Da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non vi fu che amore fraterno, ma in 500 anni di quieto vivere, di democrazia e di pace, che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù”.

Sai, Massimo, come ci siamo sentiti ieri sera? Come qualcosa di simile a quella caricatura. La nostra squadra era ordinata, disposta con quella logica prevedibile che contraddistingue noi svizzeri, una squadra dalla quale ogni tanto saltava fuori un uccellino innocuo, faceva il suo cucù, per avvisare i compagni d’attacco, ingenui e, appunto, prevedibili. In tutta la partita, abbiamo tirato in porta due volte. Cioè niente.

Lime, il personaggio di Welles, stava giustificando il suo comportamento da piccolo astuto Borgia della malavita locale, lui spacciava penicillina scadente che rivendeva agli ospedali viennesi. Quante volte abbiamo tacciato gli italiani di essere dei gran ladroni? Ebbene, ieri loro non hanno rubato nulla. Anzi, potevano segnare di più. Siamo noi che abbiamo rubato sogni e speranze. Già, proprio noi che abbiamo escogitato l’invenzione militare del Principio del Porcospino, arrotolarsi a palla e sfoderare gli aculei. E in effetti è andata così: non abbiamo mai attaccato, mostrando agli avversari che non avrebbero avuto vita facile. Non se ne sono accorti. Hanno scoperto le nostre nervature nascoste e hanno smantellato la storica (e rara) nostra compattezza di Paese multilingue e geloso delle proprie (pur se contrastanti) peculiarità.

Ci hanno bucato come il groviera. Abbiamo tradito la nobile memoria del generale Ulrich Wille, che nella Prima Guerra Mondiale condusse gli svizzeri alla vittoria. La quale consistette “schivando la guerra”. Dovevamo schivare l’Italia, prevenendola, contenendola e domandola. Abbiamo perso la battaglia, ora rischiamo di perdere la guerra. Peccato, perché se Orson Welles è stato beffardo con noialtri, però ha cancellato (deliberatamente?) dalla propria memoria il fatto “che quando l’Italia si godeva i Borgia, la Svizzera godeva la fama di essere – per citare The Swiss at War di Douglas Miller – ‘la più efficace e temuta forza militare d’Europa’. A quel tempo, la Svizzera era neutrale all’incirca come lo era stata la Mongolia sotto Genghiz Khan” (lo ha scritto John McPhee nel suo arguto Il formidabile esercito svizzero).

Gli svizzeri non solo erano pronti a combattere. Essi combattevano. Ieri sera, invece, si sono arresi. Agli italiani. E questo ci è insopportabile.

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