di Roberto Gennari

Vince la Virtus Bologna, riprendendo un discorso che era stato interrotto lo scorso anno, quando il campionato venne interrotto a causa della pandemia con le V nere in testa alla classifica.

Vince il suo scudetto numero 16 con pieno merito, abbattendo la corazzata Olimpia Milano, che sembrava invincibile, con un 4-0 senza appello nella finale playoff appena conclusa, a vent’anni esatti dal precedente titolo, quando sulla panchina bolognese, guarda un po’, c’era Ettore Messina, oggi avversario sconfitto due volte: sul campo, come detto, e sul modo in cui si è arrivati alla finale. Milano arriva all’atto conclusivo della sua stagione con la spia della riserva accesa in tutti i suoi uomini migliori, complice una gestione delle rotazioni – adesso possiamo dirlo – sbagliata. Giocatori quasi mai utilizzati, altri spremuti come limoni.

Da quando esistono i playoff per assegnare lo scudetto del basket italiano, questa è la terza finale tra Virtus e Olimpia: il computo dice 3-0 per i bianconeri. Ma i meriti della Virtus superano i demeriti dell’Olimpia, è giusto dirlo.

Una squadra che ha fatto un cammino clamoroso in Eurocup, sfiorando la vittoria finale che avrebbe significato qualificarsi in Eurolega, che ha saputo compattarsi attorno a coach Djordjevic, che a inizio dicembre era stato esonerato e poi richiamato in panchina in tutta fretta, anche per scongiurare i possibili addii di Teodosic e Markovic, due delle tante colonne portanti di questa squadra. Che proprio a dicembre aveva salutato il ritorno in Italia di Marco Belinelli, nella squadra in cui aveva fatto le giovanili ed esordito in serie A, prima di diventare un fenomeno con l’altra bolognese, la Fortitudo, lasciata nel 2007 per approdare in NBA, dove è rimasto fino alla scorsa stagione. Una società con un budget importante, la Virtus del patron Zanetti, che nel giro di poche stagioni ha portato le V nere dalla Serie A2 alla vittoria della Champions League FIBA, allo scudetto.

Già, perché nei vent’anni trascorsi tra i due titoli di campione d’Italia, la Virtus ha conosciuto le onte più brucianti della sua storia: dall’esclusione dal campionato per dissesto finanziario nel 2003, a cui hanno fatto seguito due campionati di A2, alla finale scudetto del 2007 persa contro Siena. E poi la vittoria dell’Eurochallenge nel 2009, e infine, nel 2016, la nuova retrocessione, stavolta sul campo. Vent’anni sull’ottovolante, per poi tornare grande: grazie al talento di Markovic, Belinelli, Teodosic e Weems, anche all’apporto decisivo degli altri membri della pattuglia italiana, da capitan Ricci ad Abass, ad un giovanissimo che in questi anni si è ritagliato un ruolo sempre più importante, fino ad essere uno dei migliori delle V nere in queste finali: Alessandro Pajola.

Ventidue anni ancora da compiere, ha messo energia, intensità e concretezza in ogni possesso sia in attacco che in difesa, giocando con cuore e concentrazione, dapprima come cambio di Teodosic, poi sempre più spesso schierato al suo fianco. Non ha vinto il premio di miglior giocatore delle finali, andato al serbo, ma non sarebbe stato uno scandalo assegnarlo a lui. Il futuro di Pajola è radioso, quello della Virtus Bologna idem: per l’Eurolega potrebbe essere solo questione di tempo.

La fenice è risorta dalle fiamme.

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