La partita sui licenziamenti, che potranno riprendere a partire dal primo luglio, non si è chiusa con il caso della norma per la proroga a fine agosto portata in cdm dal ministro Andrea Orlando e poi tolta in extremis dal decreto Sostegni bis. M5s, Pd e LeU in asse con i sindacati insistono nel chiedere un prolungamento, almeno per i settori più colpiti dalla crisi pandemica, come tessile e moda. Anche se, secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, dall’1 luglio quando il blocco verrà meno per industria ed edilizia non si rischia un boom di uscite: i posti a rischio, secondo l’organismo indipendente che vigila sui conti pubblici, sono circa 70mila, cifra lontanissima dai 2 milioni paventati dai sindacati. Non solo: “i licenziamenti saranno plausibilmente scaglionati nel tempo man mano che si concretizzano le opportunità di turnover e di ricomposizione degli organici e una quota potrebbe anche transitare nella cigo/cigs agevolata”. Non solo: sempre per l’Upb l’eliminazione del blocco “favorirà le politiche di occupazione a favore dei soggetti, soprattutto giovani, in cerca di lavoro, che nei mesi scorsi hanno visto venire meno le opportunità di impiego“.

Una presa di posizione che riecheggia quanto rilevato dai tecnici della Commissione europea in un draft report della scorsa settimana: il blocco influenza la composizione dell’occupazione, perché chi ha un posto fisso viene protetto mentre chi è precario rischia di essere lasciato a casa. Di conseguenza ad essere danneggiati sono i lavoratori già più “fragili”, soprattutto giovani e donne, appunto. Il tema cruciale, fanno notare gli analisti, è che lo sblocco dovrebbe andare di pari passo con i nuovi ammortizzatori universali e il rafforzamento delle politiche attive del lavoro. “Dal blocco dei licenziamenti, che solo in Italia continua a sussistere, si deve uscire con un sistema di ammortizzatori sociali che permetta a chi esce di poter avere un reddito e poter essere assistito e accompagnato al reingresso nel mondo del lavoro non appena questo lo permetterà”, ha ricordato il titolare dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti.

Anche perché, con la progressiva eliminazione delle restrizioni anti virus, anche la domanda di lavoro sta ripartendo: secondo il bollettino mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, a giugno sono oltre 560mila le opportunità offerte dalle imprese. In particolare l’industria programma 163mila entrate, i servizi 397mila. Con gli usuali problemi che risalgono a molto prima del Covid: condizioni di lavoro a volte pessime dal punto di vista degli orari e delle retribuzioni – da cui i frequenti strali sulla mancanza di manodopera “a causa del reddito di cittadinanza” – ma anche frequenti difficoltà per le imprese a trovare i profili tecnici e specialistici che cercano. Servirebbero servizi pubblici efficienti per la formazione e la ricollocazione. Ma sul rinnovo della cassetta degli attrezzi con gli strumenti per aiutare chi rimane senza lavoro e trovargli un altro posto il governo è in ritardo: Orlando presenterà la riforma degli strumenti di sostegno a chi perde il posto solo a luglio.

Così politica e sindacati continuano a concentrarsi sul tema della proroga del blocco. Martedì il premier Mario Draghi ha incontrato a Palazzo Chigi il leader della Cgil Maurizio Landini ma i due, stando alle note ufficiali, non hanno parlato di questo bensì solo della “situazione economica generale e dell’Europa”. Draghi però, raccontano fonti nella maggioranza e sindacali, avrebbe visto lunedì anche i leader di Cisl e Uil. Il capo del governo intende comunque lasciare alle forze politiche l’onere di trovare una nuova mediazione: sarà il Parlamento – è il ragionamento – il luogo dove se ne tornerà a discutere concretamente. Se M5S (che hanno incontrato le imprese), Dem e Leu sono uniti nel chiedere una proroga, Forza Italia si schiera su un fronte diverso dicendosi soddisfatta dell’accordo già siglato. La Lega parla invece a più voci: Giorgetti è tornato a sostenere la ‘selettività” come possibile via d’uscita mentre Matteo Salvini, con l’ennesima giravolta, dopo aver visto Draghi ha detto che anche per lui va bene la mediazione inserita nel Sostegni bis. Senza un accordo di maggioranza non si potrà andare avanti: qualsiasi modifica in Parlamento infatti si scontra con il timing dell’esame del decreto legge sostegni bis: gli emendamenti rischiano di entrare in vigore troppo tardi, a fine luglio.

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