Occorre cambiare la legge premiale sui collaboratori di giustizia, perché è figlia degli eventi del 1992 mentre ora la mafia è cambiata e va combattuta confiscando. Lo ha sostenuto Matteo Salvini, leader della Lega, intervistato da Lucia Annunziata.

Si potrebbe osservare che la legge è del 1991 (tant’è che Giovanni Falcone, ucciso nel 1992, è stato uno dei suoi più convinti sostenitori). Oppure si potrebbe dire che gli argomenti di Salvini di fatto sono gli stessi di coloro che vogliono abolire l’ergastolo ostativo e il 41-bis. E magari aggiungere che questa conformità di pensiero nasce forse dai referendum sulla giustizia che hanno avvicinato Salvini ad ambienti tipo “Nessuno tocchi Caino”. Ma sarebbero quisquilie.

La vera sostanza è un’altra. Vero che in trent’anni la mafia è cambiata. Semplicemente perché ha il dna del camaleonte, capace di cambiar pelle a seconda delle circostanze di tempo e di luogo in cui volta a volta deve operare. Una caratteristica scontata, a tutti nota, che funziona da sempre, da che la mafia esiste (ormai circa due secoli). Ma è altrettanto vero che ancora oggi – purtroppo – la mafia controlla parti consistenti del nostro territorio e influenza momenti significativi della vita politica ed economica del paese. Per cui non sembra ancora il momento, come usa dire, di abbassare la guardia. Soprattutto in questa stagione di pandemia, che spinge i mafiosi, autentici sciacalli, a sfruttare le disgrazie altrui per impadronirsi dei settori economico-commerciali in crisi (come ha rilevato, questa volta giustamente, lo stesso Salvini, proponendo di raddoppiare il fondo antiusura).

Ma è appunto in questo contesto che va realisticamente inserito il problema se cambiare o meno qualcosa della normativa antimafia vigente. Essa è formata da un “pacchetto di norme” (pentiti; 41 bis; ergastolo ostativo, cioè senza benefici se non c’è pentimento) che ha funzionato e funziona. L’ho sperimentato direttamente, quando, dopo le stragi del 1992, ho chiesto di essere trasferito dalla corte d’assise di Torino alla procura di Palermo. L’effetto incrociato delle componenti del pacchetto è stato straordinario. Se sfuma la facilità con cui in passato si potevano evitare le condanne, se il carcere diventa una cosa “seria” anche per i mafiosi condannati, diventa “logico” che si cerchi di ridurre questa tenaglia al minor danno, sfruttando gli spazi offerti dalla legge sui pentiti.

E difatti ecco che la Procura di Palermo ha potuto registrare una slavina di importanti “pen­timenti” (diceva Falcone che per pentirsi occorre fidarsi dello Stato) con risultati eccezionali: non soltanto vengono progressivamente identificati, cat­turati e processati (650 ergastoli!) capi, gregari e killer di Cosa nostra, ma è possibile indagare anche sul lato oscuro del pianeta mafia, sulle sue “relazioni esterne” con alcuni settori inquinati della società civile e dello Stato. In breve, insieme alle forze dell’ordine e con il contributo della società civile (Palermo coperta di lenzuola bianche) siamo riusciti a bloccare la strategia di Cosa nostra che al posto della democrazia avrebbe voluto instaurare un narcostato stragista.

Dice Salvini, che la mafia va combattuta confiscando. Giusto. Ma se non c’è qualcuno che conosce i segreti su cui la mafia si regge e li svela, non è facile trovare i beni da confiscare, occultati come sono grazie alla complicità di “teste di legno” che non mancano mai e di professionisti tanto spregiudicati quanto ben retribuiti. E siamo di nuovo all’utilità insostituibile dei pentiti. Che va ricordata anche a chi dice che col diffondersi delle intercettazioni essi sono diventati inutili, posto che senza qualcuno che rivela dove mettere le “cimici” perché è lì che i mafiosi possono abitare o incontrarsi, di ragni dal buco se ne caverebbero pochi.

Infine, va detto a onor del vero che Salvini sostiene anche che è ripugnante pensare ad uno che ha ammazzato centinaia di persone che se ne sta tranquillo in spiaggia. Argomento senza dubbio fortemente suggestivo, che porta però a ricordare che non c’è paese al mondo che non si avvalga dei pentiti per contrastare il crimine organizzato. Con la differenza che da noi i pentiti si processano, si condannano e scontano la pena (anche se ridotta: nel caso di Brusca dall’ergastolo a 30 e poi 25 anni di galera); mentre altrove, per esempio in Usa, chi collabora la fa del tutto franca. Nel senso che la legge gli assicura una completa immunità per i reati commessi.

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