Italia e Francia in questo inizio di giugno 2021 si confrontano nei cinema attraverso alcune pellicole dell’uno o dell’altro paese. I transalpini li vedremo dal 10 giugno con Estate ’85, riadattamento del romanzo adolescenziale Danza sulla mia tomba, di Aidan Chambers, tornato in una nuova edizione Rizzoli dopo vent’anni dalla prima uscita. François Ozon porta la storia estiva di questi due ragazzi sulle bianche coste in Normandia.

Scorrono i successi da juke-box che per noi erano Festivalbar, la mamma, Valeria Bruni Tedeschi, di un carismatico Benjamin Voisin ne accudisce l’amicizia, nata con l’appena più giovane e inesperto Félix Lefebvre. Due giovani attori che potrebbero tranquillamente interpretare anche gli ipotetici biopic rispettivamente di Sandy Marton e River Phoenix, viste le somiglianze, qui invece ci prendono per mano per condurci in una storia di formazione sentimentale da custodire a fianco di Chiamami col tuo nome. Due ragazzi, un’amicizia intima nata in barca a vela, la regia di Ozon sembra respirare quando parla di gioventù, e anche se insabbiato di salsedine e amor dolente, il suo cinema nella versione più leggera e scanzonata offre un intrattenimento elegante e nostalgico tra conquiste, baruffe e lucciconi da spiaggia.

Sempre oltralpe si svolge l’inebriante commedia I profumi di Madame Walberg. Anch’essa dal 10 giugno in sala, è distribuita in Italia da Satine Film e vede il naso Emmanuelle Devos avere a che fare con Grégory Montel, qui autista un po’ ruvido e in odore di divorzio. L’elemento più elegante e felicemente originale di questo lavoro sarebbe uno spoiler, quindi non lo scriverò. Ah già, forse vi chiederete cosa sia un “naso”. Una specie di sommelier olfattivo, un esperto di fragranze che può anche inventare profumi. Così, quest’altezzosa professionista con gli aromi sotto al naso incrocerà le sue vicende a quelle del suo autista in un vellutato road movie con tutte le carte giuste per mandare in brodo di giuggiole sia il pubblico femminile che quello più maturo. I protagonisti si stiletteranno spigolosità dai rispettivi poli opposti, ma riusciranno a trovare qualcosa in comune?

Passiamo adesso allo Stivale, dove il 2 giugno è arrivato al cinema Tutti per Uma. Caso strano, per incanto di pastiche e personaggi, ricorda un bucolico Amélie per bambini, sulle tracce di certe combriccole surreali firmate Wes Anderson. Opera prima dell’attrice e regista teatrale Susy Laude, vede la famiglia Ferliga, tutti uomini e bimbi un po’ stralunati, finire in guai economici per la malagestione del vigneto di famiglia. Sarà una principessa austriaca chiamata Uma a cambiare il loro destino minacciato dal cattivone Dino Abbrescia, o saranno tutti loro a crescere e maturare come la loro uva? Un po’ ingenuo nella messa in scena se rigidamente guardato con occhi adulti, si tratta di una favola semplicissima per bambini. In Italia se ne fanno pochissime.

Non privo d’imperfezioni ma denso di buoni sentimenti, a sorpresa, tra qualche lustro potrebbe rivelarsi un piccolo cult del cuore per i suoi piccoli spettatori che oggi sono all’inizio delle primarie. Non del Pd, ma delle elementari. Ci sono incursioni canterine e danzerecce, sketch e nonsense degli istrioni Pietro Sermonti e Lillo Petrolo, il villain beffardo e pasticcione Abbrescia, appunto, e il vecchio (non) saggio di famiglia Antonio Catania. Le piccole ambizioni da musical fanno spazio a momenti da musicarello quasi da Rai Gulp. E i due bambini protagonisti sono davvero bravi nella loro naturalezza: Gabriele Ansanelli e Valerio Bartocci.

Con Fellinopolis abbiamo a che fare con una vera e propria operazione di archeologia del film che schiude il mondo più sospeso di una favola, il mondo a sé di Federico Fellini. La regista Silvia Giulietti sposa parti degli speciali su Casanova, E la nave va, Ginger e Fred e La Città delle Donne girati sul set da Ferruccio Castronuovo e le testimonianze inedite di Lina Wertmuller, Nicola Piovani, Dante Ferretti, il costumista Maurizio Millenotti e la storica segretaria di edizione Norma Giacchero.

Utilizza come punteggiatura grafica delle animazioni collage fatte di mille personaggi e oggetti di scena che caratterizzano l’unicità del mondo felliniano… Ah, stavolta vi chiederete cos’è uno “speciale”. Ebbene, negli anni ’70 si giravano dei lunghi backstage di circa un’ora. Per i film di oggi li abbiamo relegati in gabbiette chiamate contenuti extra per l’homevideo e clip online, ma a quel tempo gli speciali andavano su Rai Uno. E li guardavano tutti, contemporaneamente. L’operazione di riscoperta di questi materiali, sia montati che girati chilometrici, è preziosissima e ci dice molto sull’artigianalità del fare cinema di quegli anni.

Ci sono miriadi d’immagini meravigliose. I ciak con Marcello Mastroianni sommerso da donne manifestanti, i suggerimenti di Fellini alle sue amate comparse, i racconti avventurosi di Piovani sui passaggi in auto tra Cinecittà e Piazza del Popolo che dava a “Federico”, come tutti affettuosamente lo chiamavano. Incanta dall’inizio alla fine questo film. E poi navi ricostruite a grandezza naturale, scivoli infiniti e quel mare luccicante ricreato e animato meccanicamente nel mitico Studio 5 di Cinecittà da decine di tecnici a girare manovelle per simularne la risacca. Dopo la Festa del Cinema di Roma 2020 e durante un giro di festival per il globo, approda nelle sale italiane il 10 giugno. Imperdibile non solo per gli amanti di Fellini e Mastroianni, ma per tutti coloro che amano la poesia del cinema e del fare cinema.

Di Fellini Lucio Fulci diceva che era un bugiardo, ponendocisi giocosamente a confronto già dal trailer di Fulci Talks, documentario di Antonietta De Lillo al cinema dal 3 giugno. Maestro del cinema di genere e un passato da attore con Steno, Totò e Orson Welles, il regista plana con i ricordi su Hitchcock, Franco e Ciccio, Florinda Bolkan, Tonino Delli Colli nella sua intervista fiume girata a metà anni ‘90. Seduto sulla sua sedia a rotelle, snocciola aneddoti, nomina tutti senza peli sulla lingua e si tuffa in disquisizioni sui generi, horror in primis, dove estrae concetti di purismo cinematografico in base alla sua auto-definizione “coacervo d’incoerenza”. La competizione con Dario Argento e Marco Bellocchio, che vedeva pieni di nevrosi e incapaci di godersela come lui su una barca a vela, fa sorridere e guardare il cinema autoriale attraverso dinamiche ironiche, a tratti paradossali.

Genio e sregolatezza, da un lato studiava con quale truculenza uccidere un personaggio, ma poi si nutriva di grandi classici della letteratura e filosofia, è ancora faro indiscusso di un cinema che non si riesce più neanche a pensare praticabile, e forse esattamente per questo diventa mito, chimera del passato. Il documentario della De Lillo tutto faccia e voce sceglie di non accudire lo spettatore innestando immagini facilitanti dalla filmografia vasta e cangiante di Fulci, ma s’impasta unicamente in discorsi fiume che lo rendono cerebrale, ipnotico e affabulatorio quanto le migliori lezioni cattedratiche di cinema e memorabilia ai tempi dell’università.

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