Sono in quattro, hanno vent’anni, ventidue al massimo. Per comunicare mostrano un messaggio su una chat di Whatsapp, vogliono sapere se sono arrivati. La scena si svolge nell’atrio di un palazzo di fine ottocento, a due passi dal centro di Trieste, mentre il rumore della pioggia attraversa il portone spalancato su una stradina in salita. “Sono afghani, non hanno ancora deciso se fermarsi o proseguire”, spiega chi li accoglie in quella che è la sede del Consorzio Italiano di Solidarietà (Ics), onlus che dal 1998 lavora per la tutela di rifugiati e richiedenti asilo nel Friuli Venezia Giulia. Il presidente Gianfranco Schiavone fornisce loro le prime informazioni, spiega l’opportunità di presentare subito domanda di asilo. “Sono arrivati stamattina: prima la Turchia, poi la Grecia, l’inverno in Bosnia e ancora la Croazia, la Slovenia”, racconta, certo che la meta finale non sia l’Italia. “Milano, hanno detto, che poi vuol dire estero: Francia, forse Germania, dove nel 2020 è stato presentato il 25 per cento di tutte le richieste di asilo fatte nell’Unione europea”. L’Italia si è fermata al 5 percento, abbondantemente sotto la Francia, la Spagna, la Grecia che ne riceve il 9 percento. “La percezione del nostro Paese è in costante declino, i migranti che arrivano sono consapevoli che investiamo poco o nulla nell’inclusione sociale”, continua Schiavone, chiarendo che le persone accolte in provincia sono per lo più analfabete. “Chi ha un’istruzione, un titolo di studio o una specializzazione non si ferma, convinto che qui finirà a raccogliere pomodori”.

Ma non è solo una questione di prospettive quella che spinge i migranti ad allontanarsi in fretta dalla provincia di Trieste. O addirittura a evitarla, come testimoniano prefettura e associazioni, che assistono a una diminuzione di arrivi in favore della provincia di Udine. “Facilmente una reazione a quanto successo negli ultimi anni, e in particolare nel 2020”, ragiona Schiavone riferendosi soprattutto alle riammissioni di migranti in Slovenia. È il delta della rotta balcanica che reagisce agli ostacoli e tenta nuove strade, una lotta incessante che fa del confine italo-sloveno la trincea del diritto d’asilo nell’Europa che fatica a trovare una soluzione comune.

“Sull’immigrazione l’Italia è all’anno zero”. Non potrebbe essere più lapidario il giudizio di Gianfranco Schiavone, che a Trieste si dedica all’accoglienza dai tempi della guerra nell’ex Jugoslavia. E aggiunge: “Non si è mai superata la logica dell’emergenza, piuttosto facciamo passi indietro”. Accanto alla Caritas e a un paio di cooperative sociali, il suo Consorzio di Solidarietà gestisce 750 delle 1100 persone oggi presenti nel sistema territoriale di accoglienza della provincia di Trieste. Niente grandi centri da centinaia di persone, ma “accoglienza diffusa, in strutture piccole, per lo più appartamenti sparsi sul territorio”. Un modello virtuoso anche secondo la prefettura e che invece mostra i segni dei decreti sicurezza del primo governo Conte. “Il modello ha retto perché non si è trovato chi erogasse il servizio alle condizioni imposte dalla riforma. In particolare ci siamo opposti alla previsione di un rapporto tra migranti e operatori di cinquanta a uno che avrebbe ridotto il nostro lavoro alla pura sorveglianza”, spiega Schiavone, che a causa dei tagli ha ugualmente visto ridursi di un quarto i dipendenti del Consorzio, col conseguente ridimensionamento dei servizi di assistenza e dei percorsi educativi: dalla consulenza legale alla formazione professionale, all’insegnamento della lingua italiana.

Ma il segno più tangibile i decreti Salvini lo hanno lasciato sul confine, a partire dall’istituzione della “zona di transito e di frontiera” per tutto il territorio della provincia di Trieste e di Gorizia. In parte si tratta del recepimento di nuove regole volute dalla Ue, che per queste zone prevede la possibilità di applicare una procedura accelerata di richiesta d’asilo a quanti provengono da una lista di paesi che l’Unione presume sicuri. Per presentare domanda si hanno appena 48 ore e la Commissione territoriale che dovrà deciderne ha appena una settimana per sentire l’interessato. Non molto per pratiche che riguardano persone per lo più tra i 18 e i 25 anni, spesso analfabete, che necessitano di un interprete in grado di chiarire loro diritti e doveri. E se di recente molti migranti attraversano il confine più a nord, entrando direttamente nella provincia di Udine che non rientra tra le zone di transito e di frontiera, non è un caso.

Ma c’è di più. Con i decreti sicurezza l’Italia ha voluto andare oltre, estendendo la procedura accelerata a quantieludono o tentano di eludere” i controlli di frontiera. “A differenza dei confini marittimi, quello terrestre tra Italia e Slovenia è un confine interno all’Unione e alla Convenzione di Schengen, e pertanto privo di controlli formali”, ricorda l’avvocato Anna Brambilla dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi). Insomma, difficile provare che vi sia stata l’intenzione di eludere un controllo se il controllo è assente. “Eppure alcune procedure accelerate sono state avviate e motivate in tal senso”, racconta Schiavone. “Procedure alle quali ci siamo opposti e sulle quali c’è stato un passo indietro da parte della Questura, tanto che ad oggi questa pratica risulta sospesa”. Una sospensione che andrà verificata una volta terminata l’emergenza del Covid, che ha necessariamente dilatato i tempi della burocrazia. E tuttavia una magra consolazione per chi tenta di lasciarsi alle spalle le sofferenze della rotta balcanica e raggiungere il confine italiano.

Secondo dati aggiornati, dopo la contrazione del 2020 il flusso migratorio sta lentamente tornando quello di prima. Gli arrivi più consistenti riguardano cittadini pachistani e afghani. “Una realtà ormai stabilizzata, con numeri costanti che negli ultimi anni non hanno mai oscillato oltre il dieci percento”, spiega a ilfattoquotidiano.it il prefetto di Trieste, Valerio Valenti, che considera adeguate le forze assegnate al territorio. Eppure proprio nel 2020, con arrivi in calo rispetto ai 2500 registrati nel 2019, l’Italia aumenta esponenzialmente il numero dei migranti riammessi in Slovenia dopo essere stati rintracciati dalla polizia italiana.

No, non si chiamano respingimenti, perché le persone vengono consegnate nelle mani di un altro paese che accetta di reintrodurli entro i propri confini. Ma per stessa ammissione del nostro ministero dell’Interno si tratta anche di riammissioni informali, cioè prive di registrazione e indipendenti dall’intenzione delle persone di chiedere protezione in Italia, volontà che va sempre verificata applicando i criteri stabiliti dal Regolamento di Dublino III.

Così questo confine in particolare diventa un banco di prova per l’intera Unione, sul quale il già contestato Patto per le migrazioni proposto dalla Commissione europea per superare Dublino fa i conti con uno strumento ben più concreto e meno ingombrante del diritto comunitario: un accordo bilaterale tra paesi confinanti. Quello siglato tra Italia e Slovenia nel 1996 prevede appunto la possibilità di riammissioni. “Uno strumento da tenere in considerazione, coerente con il diritto nazionale ed europeo”, commenta il prefetto. “È vero, il diritto europeo riconosce la possibilità di far valere accordi bilaterali di riammissione, ma entro certi limiti e non a scapito dei diritti delle persone, a partire da quello di essere informati e dalla necessità che tutto sia messo per iscritto”, spiega l’avvocato Anna Brambilla. Che lancia un’accusa: “Sempre di più gli Stati si accordano per raggiungere obiettivi di fronte ai quali le norme dell’Unione sono considerate troppo garantiste”.

Ma la questione delle riammissioni non va letta solo in punta di diritto. Ciò che l’accordo tra Italia e Slovenia non è tenuto a considerare è l’esistenza di un altro accordo, quello tra sloveni e croati. A dire che quelle sul confine italiano inneschino altre riammissioni, che a catena arrivano fino alla Serbia o alla Bosnia, non sono solo i testimoni diretti, ma anche i numeri. Delle 1300 persone che l’Italia ha consegnato alla Slovenia nel 2020, 1116 sono state affidate alla Croazia nel corso dello stesso anno. Le riammissioni informali risultano momentaneamente sospese, forse in seguito alle denunce di molte associazioni che hanno istruito inchieste giornalistiche e interrogazioni parlamentari, portando all’attenzione dell’opinione pubblica le drammatiche condizioni dei migranti lungo la rotta balcanica e le violenze inflitte soprattutto dalla polizia croata. Un calvario che ha già fatto molte vittime e nondimeno è stato letteralmente azzerato per tanti, compresi quelli riconsegnati agli sloveni. Il futuro è più che incerto. Il prefetto Valenti si augura che si implementino gli accordi tra le forze di polizia dei due paesi confinanti, come quelli sui pattugliamenti congiunti. “Proprio attraverso la collaborazione si migliorano le procedure e il rispetto dei diritti di tutti”, sostiene, auspicando ciò che altri paventano. “È quella la direzione, credo si andrà verso un rafforzamento della collaborazione e di pratiche come i pattugliamenti congiunti di polizie di frontiera, che però non rendono più trasparente la gestione dell’immigrazione sui confini”, è convinta l’avvocato Brambilla. Così a Trieste la vera frontiera da raggiungere sono le banchine dei treni. Il tempo di riposare, di farsi medicare i piedi massacrati dai chilometri dai volontari che presidiano la piazza della stazione. Poi ci si affretta a rimettersi in viaggio, per lasciare una zona dove si è sperimentata una attenuazione dei diritti, e dove il superamento di Dublino promesso dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sembra già cosa fatta.

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