di Angelo Bonelli*

È arrivata, dopo 9 anni, la sentenza di primo grado, del processo Ambiente Svenduto, uno dei più importanti della storia del nostro Paese, che ha messo sotto accusa un sistema che ha consentito il protrarsi di un inquinamento che ha avvelenato per decenni un’intera popolazione.

Il 26 luglio del 2012 il Gip Patrizia Todisco, nel confermare il sequestro dell’Ilva e le richieste di ordinanze di custodia cautelare e avvisi di garanzia per il disastro ambientale causate dall’acciaieria, chieste dalla procura di Taranto, scriveva: “Le persistenti, gravissime inerzie accertate nel corso delle indagini, costituiscono solo il frutto di una pervicace politica aziendale ispirata esclusivamente dalla logica del profitto, a detrimento della tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori e dei cittadini”.

Negli anni la diossina ha contaminato la catena alimentare e la vita delle persone. Secondo il registro delle emissioni, che allora si chiamava INES, nel periodo tra il 2005 e il 2007 il 93% della diossina e il 67% del piombo immessi in atmosfera in Italia veniva dall’Ilva di Taranto. Solo nel 2011 l’Ilva ha emesso dai propri camini oltre 4mila tonnellate di polveri, 1 tonnellata e 300 chili di benzene e 338,5 chili di Ipa (Idrocarburi Policiclici Aromatici).

Il protagonismo dei cittadini contro l’immobilismo delle istituzioni

Nonostante questo, nessuna istituzione si è attivata per realizzare le indagini epidemiologiche allo scopo di verificare la relazione tra mortalità e inquinamento e studi sulla contaminazione della catena alimentare. Era un atto dovuto, ma nessuno lo fece. Quel che avrebbero dovuto fare le istituzioni preposte lo fecero dei cittadini. Nel gennaio del 2008 Piero Motolese, un ex operaio Ilva, e Alessandro Marescotti, professore di Lettere, portarono a proprie spese, una forma di formaggio prodotto con il latte delle pecore che pascolavano intorno all’Ilva, presso il laboratorio Inca di Lecce, uno dei pochissimi attrezzati per la ricerca della diossina.

I risultati furono immediatamente chiari e drammatici: il formaggio era contaminato da grosse quantità di diossina. A febbraio 2008 Motolese e Marescotti presentano denuncia e da lì l’autorità sanitaria, che fino ad allora era stata inerte nonostante quelle verifiche rientrassero fra le sue competenze, ordinò l’abbattimento di circa 2.000 capi di bestiame perché contaminate da diossina. Vincenzo Fornaro, un allevatore che subì l’abbattimento di 1.000 pecore, presentò, nel 2009, una denuncia alla Procura della Repubblica di Taranto: da quelle denunce partì l’inchiesta “Ambiente Svenduto”.

Le leggi e le autorizzazioni ambientali

La regione Puglia nel 2008 approvava la legge sulla diossina che fu concordata con il governo Berlusconi, introducendo un limite di 0,4 ng/mc anche se in alcune paesi europei come la Germania i limiti erano all’epoca più stringenti: 0,1 ng/mc. Purtroppo la legge non fu applicata. I controlli e le sanzioni previsti da quella norma non furono mai applicati, a partire dal monitoraggio in continuo: è come mettere un semaforo e non farlo funzionare.

Nel luglio del 2011 venne emessa dal ministero dell’Ambiente, anche con il parere positivo della regione Puglia, l’Autorizzazione Integrata Ambientale e questo accadde nonostante il fatto che i carabinieri del Noe di Lecce avessero informato il ministero dell’Ambiente, la regione Puglia e la procura di Taranto delle gravi violazioni ambientali che avvenivano all’interno dello stabilimento siderurgico. Nell’autorizzazione c’erano profili e rilievi di grandissima illegittimità: scompariva la rete Monitoraggio esterna alla cokeria, importante per rilevare le emissioni di Ipa e del pericolosissimo benzo(a)pirene; venivano aumentati i limiti per i macroinquinanti, tra cui le polveri, ossidi di azoto e di zolfo; non era previsto il monitoraggio in continuo degli Ipa (Idrocarburi Policiclici Aromatici); veniva aumentata la capacità produttiva di 15 milioni di tonnellate a cui sarebbe corrisposto un aumento dell’inquinamento; non era previsto il campionamento in continuo della diossina che avrebbe consentito di controllare 24 ore su 24.

L’inquinamento continua impunemente

Dal 26 luglio del 2012, giorno del sequestro, sono passati quasi 9 anni e per garantire la continuità produttiva sono stati emessi dai vari governi che si sono succeduti ben 13 decreti Salva Ilva, che hanno sospeso i diritti dei cittadini e prorogato sine die l’applicazione delle leggi a tutela ambientale e quindi della salute. Ancora oggi l’Autorizzazione Integrata Ambientale, modificata nell’ottobre del 2012, è prorogata per effetto di quei decreti. Nel 2018 nella masseria Fornaro si registrarono valori di diossine pari a 7,06 teq picogrammo per metro quadrato die: un aumento pari al 916% rispetto all’anno precedente.

Quando nel dicembre 2008 furono abbattuti i capi di bestiame il valore era di 8 picogrammi, mentre nel quartiere Tamburi/Orsini si registrava un valore pari 5,5 picogrammi. Dopo questo picco di diossina la procura di Taranto aprì un’inchiesta che fu fermata dagli effetti dello scudo penale voluto dal governo Renzi. Il 12 giugno del 2015 morì l’operaio Alessandro Morricella dopo 4 giorni di agonia: era stato travolto da una colata di ghisa incandescente, la procura di Taranto sequestrò gli impianti, ma l’allora ministro Carlo Calenda firmò il decreto 92/2015 che all’art.3 disponeva il dissequestro dell’impianto che aveva provocato la morte a Morricella. La Corte Costituzionale con sentenza 58/2018 dichiarò illegittimo l’art. 3 voluto da Calenda perché violava l’art. 32 e 41 della Costituzione e la preminenza del diritto alla sicurezza sul lavoro.

I bambini e le bambine di Taranto

Essere bimbi a Taranto ed in particolare nel quartiere Tamburi è dura, molto dura. I dati delle indagini epidemiologiche su Taranto sono drammatici, ma in quel quartiere lo sono di più. Mentre i dati complessivi della città di Taranto rispetto alla media pugliese sono di +54% di incidenza delle malattie tumorali nei bambini e +21% di mortalità infantile (0-14 anni) nel quartiere Tamburi e in un altro quartiere, Paolo VI, il dato risulta maggiore del 70% rispetto alla media cittadina.

A proposito del quartiere Tamburi, c’è chi ha sostenuto, quasi a colpevolizzare la popolazione, che sia stato costruito dopo l’acciaieria. Quando fu posata la prima pietra per la costruzione del polo siderurgico di Taranto, 9 luglio 1960, il quartiere Tamburi esisteva da oltre dieci anni, sorgeva su una collina che rendeva, proprio per la sua posizione geografica, l’aria molto salubre. Ironia della sorte, l’ospedale Testa di Taranto fu costruito lì proprio per questa ragione: la salubrità dell’aria e le caratteristiche climatiche che favorivano la cura delle malattie polmonari.

Il negazionismo

C’è stata una dura battaglia in questi anni per contrastare chi affermava che l’inquinamento dell’Ilva non faceva male alle persone. L’ex commissario Ilva Enrico Bondi nel luglio del 2013 in una relazione inviata alla regione Puglia scriveva: “È erroneo e fuorviante attribuire gli eccessi di patologie croniche oggi a Taranto, a esposizioni occupazionali e ambientali occorse negli ultimi due decenni”. L’Ilva non ha colpe, i fattori responsabili per le malattie e i decessi per tumore a Taranto sarebbero altri: “Fumo di tabacco e alcol, nonché difficoltà nell’accesso a cure mediche e programmi di screening”.

Bondi non è un caso isolato e alcune settimane fa l’attuale ministero per la Transizione ecologica guidato da Roberto Cingolani, nella memoria inviata al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar di Lecce che accoglieva l’ordinanza sindacale contingibile ed urgente del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, del 27 febbraio 2020, scriveva: “Il Tar Lecce, senza il dovuto approfondimento tecnico e con un giudizio che assume probabilistico, sembra aver valutato, come ormai incontrovertibile un rapporto tra emissioni inquinanti e determinate patologie”. Il ministero ex Ambiente, oggi Transizione ecologica, invece di intervenire per riportare nella norma di legge gli sforamenti e prevedere il monitoraggio di sostanze come naftalene e particolato Pm10 e Pm 2,5, ha prorogato ulteriormente le procedure, consentendo nel frattempo la prosecuzione dell’attività non intervenendo sull’inquinamento.

Arriva ArcelorMittal

È la fine 2018 quando arriva ArcelorMittal a gestire Ilva, grazie alla decisione di Calenda presa agli inizi dell’anno. ArcelorMittal dopo la firma dell’accordo nel settembre del 2018, in appena due anni, a Taranto cambia tre volte il piano industriale per poi arrivare nei mesi scorsi ad un accordo con Invitalia per una sorta di nazionalizzazione dell’Ilva, facendo così un grande affare. ArcelorMittal, anziché pagare 180 milioni di euro l’anno per il contratto di affitto e 1,8 miliardi di euro per l’acquisto definitivo, come previsto dal contratto iniziale, investirà 70 milioni di euro mentre lo Stato oltre 1 miliardo di euro che si andranno ad aggiungere ai 2,6 miliardi di soldi pubblici provenienti dalla confisca per evasione fiscale di 1,3 miliardi dei Riva e i vari prestiti concessi nei diversi decreti legge salva Ilva. Nell’accordo con Invitalia sono previste, incredibilmente, delle condizioni sospensive che sono: la revoca dei sequestri penali sull’acciaieria e l’assenza di misure restrittive nei confronti di Acciaierie d’Italia o sue consociate.

Non c’è e non ci sarà nessuna aula di tribunale che potrà fare giustizia per il dolore versato dalle famiglie tarantine e le vite umane perse. La vicenda tarantina è il simbolo del fallimento della politica italiana che ha gridato allo scandalo, accusando che era la magistratura a fare la politica industriale, quando il vero scandalo era lei, che nulla ha fatto contro i veleni e il dramma tarantino. Alle istituzioni italiane è mancata, e manca, una visione strategica del futuro dal punto di vista industriale, a differenza di quanto fatto a Bilbao, Pittsburgh e la Ruhr dove hanno realizzato imponenti progetti di conversione industriale in chiave ecologica, rilanciando occupazione, economia e tutelando la salute.

*Coordinatore nazionale dei Verdi e parte civile nel processo Ambiente Svenduto

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