di Frederick Bradley

Se c’è una cosa che avremmo dovuto imparare dalla pandemia è che distruggere l’ambiente in cui viviamo non è un buon investimento per il nostro futuro. Il legame tra la perdita di biodiversità e la comparsa di virus potenzialmente pandemici è ormai un argomento di pubblico dominio: se ne parla nei giornali, nei talkshow e perfino nei bar, tanto che se ne parla per forza anche in politica. Se ne parla, appunto, perché per ora all’atto pratico non si è visto nulla che faccia fronte seriamente al problema.

È vero che le multinazionali, fino a ieri nel mirino di chi l’ambiente lo vuol proteggere davvero, oggi strombazzano programmi green di ogni sorta, come è vero che non c’è società di investimento che non preveda asset destinati a attività sostenibili dal punto di vista ambientale. Insomma, green è ormai trendy anche ai più alti livelli della finanza dove questa parolina magica significa sostanzialmente soldi, magari per pochi, e comunque economia sostenibile per tutti.

Bene, sembrano finalmente avverarsi le condizioni anticipate già nel lontano 1984 da Joseph Huber nel suo L’innocenza perduta dell’ecologia. Ma è proprio così? Purtroppo la risposta è no, dal momento che a muovere capitali e interessi politici verso l’ambiente, più che operazioni green sembra siano soprattutto operazioni di greenwashing, all’insegna del detto di gattopardiana memoria “tutto cambia perché nulla cambi”. Di fatto, quindi, da questo punto di vista il coronavirus non ci ha insegnato granché.

Molto di recente l’evoluzione della pandemia ha portato alla luce un’altra condizione per uscire dall’emergenza, ancora poco nota al grande pubblico ma non meno importante della salvaguardia dell’ambiente. Nel corso del Global Health Summit del 21 maggio scorso, si è ufficializzata la consapevolezza che se vogliamo uscire dalla crisi sanitaria dobbiamo farlo tutti insieme, cioè proteggendo tutti i quasi 8 miliardi di esseri umani attualmente presenti sul Pianeta: un’operazione che si auspica porti a un miglioramento del welfare a livello globale per quei popoli o fasce di popolazione di fatto sfruttate, direttamente o indirettamente, per garantirci il nostro elevato tenore di vita.

Dunque, distruzione sistematica dell’ambiente e disuguaglianze sociali spesso al limite dello schiavismo verso il nostro prossimo sembrano essere le due condizioni da eliminare se vogliamo tornare a una vita normale. L’etologia e la biologia ci insegnano come entrambe le condizioni siano assenti nel mondo animale e siano legate all’evoluzione culturale della nostra specie. La loro comparsa sembra così svincolata dalle regole che presiedono al processo evolutivo del mondo animale e, quindi, al controllo dello stesso, laddove questo determini il successo o l’estinzione di una specie. Se è vero che la nostra cultura rappresenta un vantaggio evolutivo quando produce medicine che ci salvano da malattie mortali, è anche vero che può portare alla nostra estinzione quando crea fattori, come ad esempio l’invenzione della bomba atomica, che sfuggono all’azione benefica della selezione naturale.

Ecco, grazie al coronavirus oggi sappiamo che distruzione dell’ambiente e disuguaglianze sociali sono fattori dannosi per la nostra specie e poiché sfuggono alla selezione naturale possono perpetuarsi e favorire così la Pandemic Age che, a sentire gli esperti, ci aspetta nel prossimo futuro.

Si dirà: avremo vaccini per far fronte a qualunque pandemia, ma è ormai appurato che affidarci ai soli vaccini è come curare il sintomo e non la malattia: una strada che ci potrebbe trasformare in varianti umane che di umano avrebbero veramente poco. Apprendere velocemente dai nostri errori con l’affermarsi di una cultura vantaggiosa per il prosieguo dell’umanità resta quindi la sola alternativa possibile.

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