Non doveva arrivare e non è arrivata. Nessuna concreta apertura alla liberalizzazione dei brevetti per i vaccini contro il Covid. Il vertice G20 sulla salute, organizzato da Italia (presidente di turno) e Commissione Ue, rimanda al mittente la proposta di India e Sudafrica ora sostenuta anche dagli Usa. Recepisce invece la linea Berlino-Bruxelles, quella timidissima delle licenze volontarie. In sostanza chi produce vaccini potrà cedere i brevetti se vuole e alle sue condizioni economiche. I paesi del G20 si limitano ad invitare i colossi della farmaceutica a valutare questa possibilità.

Alla fine del vertice la la presidente della commissione Ue Ursula von der Leyen ha annunciato che “L’Ue farà una proposta a inizio giugno all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) per una terza via” sulla condivisione dei brevetti “in linea con le idee espresse dal Wto (cioè contrarie alla liberalizzazione, ndr). Tre gli elementi: agevolazioni commerciali, sostegno ad una maggiore produzione, chiarire e semplificare l’utilizzo di licenze obbligatorie in tempi di crisi”. Un modo piuttosto fumoso per dire che per ora non cambierà nulla. Quando si inizierà solo a parlare di una qualche modifica le dosi ai paesi ricchi saranno già tutte vendute, i profitti incamerati. Poco prima Ursula von der Leyen,aveva spiegato: “Dobbiamo garantire il nostro sistema sulla proprietà intellettuale” sottolineando tuttavia che “siamo d’accordo nell’usare tutte le flessibilità previste” dal sistema dei brevetti. La Dichiarazione di Roma, ha aggiunto, “sarà una pietra miliare nella lotta alla pandemia” ma “è solo l’inizio e ora devono seguire azioni concrete”.

Eppure in mattinata il presidente del Consiglio aveva affermato “Probabilmente avremo bisogno di più cicli di vaccinazione in futuro, e aumentare la produzione è essenziale. Una proposta è quella di introdurre una sospensione dei brevetti sui vaccini Covid-19. L’Italia è aperta a questa idea, in modo mirato, limitato nel tempo e che non metta a repentaglio l’incentivo ad innovare per le aziende farmaceutiche. Ma questa proposta non garantisce che i Paesi a basso reddito siano effettivamente in grado di produrre i propri vaccini. Dobbiamo sostenerli finanziariamente e con competenze specializzate”. Draghi ha aggiunto che “I vaccini anti Covid-19 sono il prodotto di complesse catene di fornitura, che si estendono in molti paesi, ognuno dei quali si basa sulla propria capacità e competenza industriale. La Dichiarazione di Roma difende giustamente il ruolo del sistema di scambi multilaterali e in particolare il ruolo centrale dell’Organizzazione mondiale del commercio. Dobbiamo preservare il commercio transfrontaliero ed eliminare barriere commerciali ingiustificate e divieti generali di esportazione”.

Durante il vertice è arrivato l’annuncio di Pfizer e Moderna e Johnson&Johnson che promettono 3,5 miliardi di dosi per i Paesi poveri nel 2021-2022. Detta così vuol dire tutto e niente. Le dosi saranno fornite “a prezzo di costo ai Paesi a basso reddito e a prezzo ridotto ai Paesi a medio reddito”. Insomma, un po’ meno ma vanno pagate. Sembra più che altro un modo per riaffermare che non ci sono problemi di capacità produttiva legate ai brevetti. Mario Draghi ha comunque affermato che Gli impegni delle aziende farmaceutiche al Global Health Summit di Roma “sono molto significativi, queste società hanno impegnato anche la loro reputazione, è un passo che cambierà il panorama”.

La dichiarazione finale si compone di cinque pagine, sedici principi e nessuna cifra. Quando si parla di stanziamenti si usano i termini “impegno” o “intenzione”. Secondo gli estensori i punti del documento sono “destinati a cambiare l’approccio dei grandi del mondo nella lotta alla pandemia” fornendo “un orientamento volontario nell’azione presente e futura per la saluta globale”. Obiettivi redatti “per migliorare la preparazione nella risposta e nella prevenzione, per una risposta coordinata e resiliente”.

I pochi annunci in cui si citano cifre concrete, e non generiche enunciazioni di intenti e principi (a quasi due anni dall’inizio dell’emergenza), sono gocce nel mare. Ursula von der Leyen e Mario Draghi, ad esempio, fanno sapere che quest’anno verranno inviati nei paesi a basso reddito fino a 100 milioni di dosi di vaccino. SOno una piccolia frazione dei miliardi di fiale che servirebbero mentre il programma Covax che dovrebbe rispondere a queste necessità avanza lentamente e con pochi soldi. A Covax arriveranno altri 300 milioni di euro e 15 milioni di dosi da parte dell’Italia che sinora ne ha donati una novantina. Gli esperti hanno più volte messo in guardia sul fatto che lasciare zone del pianeta scoperte dalle vaccinazioni accresce il rischio di proliferazioni delle varianti, con il pericolo che alcune siano resistenti ai vaccini pregiudicando molti dei risultati ottenuti sinora. Il presidente cinese Xi Jinping ha invece detto che “La Cina fornirà altri 3 miliardi di dollari in aiuti per i prossimi 3 anni per sostenere la risposta al Covid e la ripresa economica nei Paesi in via di sviluppo. Abbiamo già fornito 300 milioni di dosi di vaccino al mondo e la Cina continuerà a farlo, al meglio delle sue capacità”.

Intanto però il Fondo monetario internazionale spiega che “Non ci può essere una fine della crisi economica senza una fine della crisi sanitaria. Mettere fine alla pandemia è un problema risolvibile ma richiede un’ulteriore azione globale coordinata“. Lo afferma il direttore generale del Fmi, Kristalina Georgieva, proponendo un piano da 50 miliardi di dollari per mettere fine alla pandemia. “Il mondo non deve sperimentare il dolore di una altro balzo di casi di Covid. Con una forte azione globale ore e pochi finanziamenti rispetto ai benefici, possiamo uscire da questa crisi finanziaria”.

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