Non è facile, anzi è strano, scrivere di un reunion show che è di base uno speciale celebrativo, una sorta di retrospettiva narrata dai protagonisti stessi, ma priva di qualsiasi cornice fittizia. Eppure è proprio questa sorta di scanzonata irregolarità a evidenziare ciò che ha rappresentato Friends per l’intrattenimento televisivo e per la cultura pop in generale: un inatteso frullato di efficacia, un’onda lunga che nessuno aveva previsto arrivare, data la semplicità della sua premessa narrativa. Un unicum, che piaccia o meno.

Già la didascalia “17 anni dopo” con cui inizia lo speciale, dice molto. 17 non è un numero da celebrazione, una cifra tonda o significativa. Fa molto più effetto il “27” degli anni trascorsi dal primo episodio. Eppure sono stati diciassette anni decisamente intensi, sia a livello mediatico che storico (l’ultimo probabilmente vale anche doppio), che in particolare i fan della serie hanno percepito come lenti a scorrere, tanto era il desiderio di rivedere il cast riunito.

Eppure, da quando lo spettacolo è finito sono iniziate le repliche e non sono mai finite, tanto che potremmo parlare di una non-assenza dello show in termini televisivi. Dieci anni e 236 episodi sarebbero dovuti bastare (e conosco persone che confessano di essere al quinto rewatch completo), ma così non è stato. Tutto quello che i fan sembrano volere, anche a giudicare dai contenuti della reunion, è la prova che i sei protagonisti si siano divertiti quanto loro, e soprattutto che si sono voluti lo stesso bene che il pubblico ha voluto loro. Ed è lì che sta il segreto di Friends, probabilmente: nella sua spontaneità e nel suo focus sulla condivisione. In particolare, condivisione di un periodo della vita in cui si consolida l’identità adulta, spesso in un contesto metropolitano e caotico in cui è più difficile delimitare zone di comfort.

Il cuore narrativo dello show è sempre stato molto semplice, come gli stessi autori Martha Kauffman, David Crane e Kevin Bright confermano: riguarda “quel periodo della vita in cui i tuoi amici sono la tua famiglia”. Lo speciale punta dunque i riflettori sull’orizzonte vastissimo che questo zeitgeist ha raggiunto, coinvolgendo fan di tutti i continenti e di tutte le latitudini, famosi e non famosi, che pur nell’arco di vite diametralmente opposte si sono lasciati coinvolgere in quelle vicende spesso caricaturali, spesso semplicistiche, fino a riconoscersi in esse.

A dirla tutta, lo speciale HBO – a parte qualche retroscena di gossip che non riveleremo qui per non andare a toccare l’ossessione di nessuno per gli spoiler – non aggiunge molto al fenomeno pop che fu (e che in qualche modo continua ad essere), non sembra pensato per creare nuovi fan, ma piuttosto per coccolare e commuovere chi ha già manifestato ampia e consolidata adesione emotiva allo show. Quello che mi ha colpito, tuttavia, è stato scoprire che anche adolescenti che diciassette anni fa non erano nati si considerano oggi fan al pari di chi ogni anno aspettava con ansia la nuova stagione. Grazie alle piattaforme streaming conoscono ogni episodio, ricordano ogni colpo di scena, citano ogni battuta degna di nota pronunciata da Joey, Chandler, Phoebe, Ross, Monica e Rachel.

Va dato atto al cast di essersi meritato ampiamente tanta devozione, perché è proprio grazie alla freschezza delle loro interpretazioni, e all’alchimia dei rispettivi tempi comici che, a rivederlo oggi, si ha l’impressione che Friends invecchi discretamente. Di certo tratteggia un periodo molto spensierato della storia dell’Occidente, e si spoglia di qualsiasi pretesa di voler sfiorare massimi sistemi, ma è proprio quello uno dei segreti del suo successo: Friends non problematizza, ma si propone di risolvere, di alleggerire.

Le sue trame e il suo umorismo sono spontanei ma mai gratuiti, né artificiosi, i suoi protagonisti hanno parodizzato magistralmente piccoli e grandi dolori tipici dell’ingresso nella vita adulta. La cornice da commedia che hanno costruito, da bravi artigiani del piccolo schermo, ha saputo attenuare l’impatto traumatico della vita “vera” per gran parte del pubblico adorante, rendendo consolatoria e catartica ogni risata.

Friends è stato la dimostrazione che la semplicità fa più strada se va a braccetto con l’intelligenza. Intelligenza nella scelta del cast, nel capire quando è il momento di chiudere ma, soprattutto, intelligenza nel rapporto col pubblico. La stessa che cast e autori confermano quando dicono che non ci sarà nessun seguito alle dieci stagioni classiche, e che i personaggi non hanno bisogno che il loro lieto fine del 2004 venga ridiscusso.

D’altronde, in quanto figli di uno zeitgeist culturale ben definito, non c’è prova che saremmo in grado di riconoscere Joey, Chandler, Monica, Phoebe, Ross e Rachel nel 2021, alle prese con i tempi disorientati e disorientanti che stiamo attraversando. Tempi che probabilmente sono tra le cause principali per cui li apprezziamo ancora così tanto.

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