Gentile senatrice Loredana Russo,

seguo con grande attenzione l’iter del ddl di cui è prima firmataria, il n. 2020 “per il riordino degli studi artistici, musicali e coreutici” che tante belle speranze sta dando a chi da tempo auspica un ampliamento dell’offerta musicale scolastica italiana.

Introdurre, in modo finalmente organico, la pratica strumentale nella scuola primaria è certamente uno degli interventi più urgenti nell’ottica di una pedagogia musicale e di uno sviluppo armonico dell’individuo: sappiamo tutti quanto la musica sia in tal senso strumento di ineguagliabile valore, ma fino ad oggi la politica non ne aveva evidentemente colto tutta l’importanza. Utilissimo inoltre, nella prospettiva di creare una continuità tra la formazione scolastica superiore e quella conservatoriale, introdurre nei licei musicali l’indirizzo jazz, finora inspiegabilmente assente: sarebbe il caso, per amore di completezza, di introdurre a questo punto anche l’indirizzo popular, così da riproporre l’esatta replica, a livello scolastico, dell’attuale organizzazione dipartimentale dei nostri conservatori.

Tengo perciò, a questo punto, a farle presente che nel pur pregevolissimo ddl che porta la sua firma manca un intervento di vitale importanza per il rilancio non solo della cultura ma anche dell’economia musicale italiana: l’introduzione della Storia della musica come materia di studio nei nostri istituti liceali, laddove cioè da tempo immemore è già presente lo studio della disciplina sorella, la Storia dell’arte.

“Sarà impossibile – recita giustamente una recentissima petizione lanciata dal gruppo Musicologi Italiani – salvare gli enti lirico-sinfonici, i teatri di tradizione, i festival e gli auditorium dal pluridecennale debito che spesso si trascinano dietro (…). Il pubblico musicale, come ogni sorta di pubblico, si forma creando nelle persone (…) la profonda esigenza di frequentare i luoghi della grande musica: i teatri, gli auditorium, i festival. Si tratta, a ben vedere, di replicare il medesimo meccanismo già messo in atto con la Storia dell’arte, quello che ha consentito a gallerie, musei e centri espositivi di vario genere di essere frequentati da un pubblico qualitativamente e quantitativamente importante”.

Si tratta, dunque, di replicare il medesimo iter formativo scolastico già vigente per le arti visive: il disegno alla scuola primaria e secondaria di primo grado, la cultura, e cioè la storia, negli istituti liceali. Chi poi, terminato il primo ciclo d’istruzione, finite cioè le cosiddette scuole medie, desidererà specializzarsi in ambito visivo o musicale avrà a disposizione i rispettivi licei, quello artistico e quello musicale. Niente di più semplice, niente di più concreto: se la musica in Italia non fa ancora cultura, se ancora oggi non le si attribuisce la medesima dignità culturale della letteratura o delle arti visive è proprio a causa del fatto che la stessa non ha, agli occhi e alle orecchie del popolo italiano, una storia degna di essere studiata.

Cosa peraltro buffa, se non grottesca, nel Paese che le ha dato dato i natali, che ne ha definito forme, generi e nomenclature più di qualsiasi altro Paese al mondo, partorendo, tra l’altro, alcuni dei più illustri musicisti di tutti i tempi. Quanto ancora lasceremo i luoghi della musica, in condizioni di sempre più gravoso debito, sulle sole spalle delle insufficienti casse statali? Quanto ancora assisteremo impassibili alla chiusura di orchestre, cori e teatri senza far nulla, senza creare le giuste premesse perché abbiano finalmente un loro pubblico, un loro mercato di riferimento? Quanto ancora faremo scappare all’estero le migliaia di musicisti che non riescono a trovare lavoro a casa loro?

È ora di dare una risposta concreta in questa direzione, è ora di introdurre Storia della musica nei nostri istituti liceali, affidandone l’insegnamento, infine, ai professionisti di riferimento, i laureati in musicologia e beni musicali attualmente penalizzati da un’ingiusta quanto paradossale normativa che richiede loro il possesso di un doppio titolo di studio, la laurea in musicologia abbinata a una qualsiasi laurea di conservatorio: esattamente come se a un laureato in Storia dell’arte si chiedesse, ai fini dell’insegnamento della propria materia, di possedere congiuntamente un qualsiasi diploma in Accademia di belle arti, dunque di essere al tempo stesso storico e pittore/scultore/artista visivo.

Infine, last but not least: solo lo studio della Storia della musica incrementerà le iscrizioni nei nostri conservatori, così come quello della Storia dell’arte ha indotto migliaia e migliaia di studenti a proseguire il proprio iter di studi universitari in quella specifica direzione.

Emendate in tal senso il pregevolissimo ddl n. 2020 che state meritoriamente portando avanti: esiste, pronta all’uso, una proposta di legge, la 1553 presentata a gennaio 2019 dal suo ex collega di partito il deputato Nitti, che giace moribonda in qualche anfratto parlamentare. È ora di riesumarla, è ora che la musica inizi a fare cultura.

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