Il 20 maggio è la Giornata mondiale delle api. Da un lato è vero che oramai sono talmente tante le giornate dedicate a qualcuno/qualcosa che è come se non si celebrasse più nulla. Una volta c’erano solo le feste della mamma e del papà, adesso nel mondo si celebrano più di centoquaranta giornate mondiali. Sempre nel mese di maggio, ad esempio, e limitandoci agli animali, oltre alle api, il 2 c’è quella del tonno, il 21 quella della migrazione dei pesci, il 23 quella delle tartarughe.

Dall’altro lato, vale la pena comunque di soffermarsi su questa particolare giornata per l’importanza che la specie (in realtà ne esistono migliaia di specie) riveste e per la drammaticità del periodo che la stessa sta vivendo.

Ormai è accertato che due sono le principali calamità per le nostre amiche api. La prima è costituita dai pesticidi, specialmente i neonicotinoidi, solo alcuni dei quali messi al bando dopo decenni di utilizzo e di morie degli insetti. L’altra causa è costituita dai cambiamenti climatici, che non si estrinsecano solo in un aumento di temperature ed in periodi prolungati di siccità, ma anche in eventi estremi come grandinate o gelate fuori stagione. I cambiamenti climatici causano sia morti dirette delle api, ma anche diminuzione dei loro nutrimenti, segnatamente ad esempio, per la loro vulnerabilità, i fiori di acacia.

Ma anche altre cause meno note e citate contribuiscono alla diminuzione delle api: esempio, l’uso di diserbanti, ma anche la semina di erbe da foraggio nei campi, che causano la perdita di biodiversità fra le piante e in particolare delle piante da fiore. Insomma, tutto sembra congiurare contro quanto meno la stabilità delle popolazioni di questi preziosi insetti, e quindi a danneggiare anche l’uomo. Se poi, alle problematiche non esaustive che già ho elencato, si aggiunge la stupidità di certe azioni umane, come la distruzione di alveari, come capitato ad un apicoltore della Val Maira alcuni giorni orsono, il quadro forse è completo.

L’Ispra, non un’associazione ambientalista, ci ricorda che “quasi il 90% delle piante selvatiche da fiore ha bisogno di impollinatori per riprodursi: api, vespe, farfalle, coccinelle, ragni, rettili, uccelli. Queste piante sono fondamentali per il funzionamento degli ecosistemi e la conservazione delle specie e degli habitat e in generale delle diversità biologica, che rappresenta la base della nostra esistenza e delle nostre economie. Nel processo di produzione alimentare, oltre il 75% delle principali colture agrarie beneficia dell’impollinazione, operata da decine di migliaia di specie animali (almeno 16mila tra gli insetti) in termini di produzione, resa e qualità dei raccolti”.

L’Ispra è un organismo a supporto del governo. Ma le sue parole sembrano cadere nel vuoto, visto che con la transizione ecologica ci si appresta a coprire migliaia di ettari di pannelli solari e con l’alta velocità a degradare buona parte di territorio ancora intatto del nostro paese. Insomma, il 20 maggio è un’ennesima occasione per pensare alle nostre follie.

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