Il gabinetto di sicurezza israeliano riunito sotto la presidenza di Benyamin Netanyahu ha approvato il cessate il fuoco con Gaza. Poco dopo, è arrivata la conferma da Hamas di una tregua “reciproca e simultanea” con Israele che dovrebbe iniziare alle due del mattino di venerdì. La decisione dello Stato ebraico è la conseguenza delle forti pressioni internazionali, a partire da quelle del presidente Usa Joe Biden. Si arriva quindi una sospensione del conflitto sulla Striscia, dopo 11 giorni di bombardamenti e lanci di razzi. Da quando sono scoppiati i combattimenti il 10 maggio, Israele ha lanciato centinaia di attacchi aerei mentre Hamas oltre 4.000 razzi. Almeno 230 palestinesi sono stati uccisi, secondo i funzionari sanitari di Gaza, mentre 12 persone in Israele sono morte.

La posizione degli Stati Uniti è stata ribadita ancora in serata dalla portavoce della Casa Bianca Jen Psaki: “Israele ha il diritto di difendersi ma ha raggiunto obiettivi militari significativi in risposta ai razzi lanciati da Hamas, ed ora è nella posizione di iniziare a ridurre le operazioni“. Varie fonti confermano che lo sforzo di mediazione, condotto dall’Egitto e dall’inviato dell’Onu Tom Wennesland in Qatar, abbia sortito l’effetto sperato e che la calma sia destinata a tornare tra Israele e la Striscia.

Il forte pressing internazionale per la tregua oggi ha visto anche l’arrivo in Israele del ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas. Da alleato dello Stato ebraico, ha ribadito con forza il sostegno al diritto all’autodifesa di Israele ma ha anche rivolto un appello per una tregua immediata sottolineando che “soltanto nella soluzione a due Stati” c’è una prospettiva di pace. Lo stesso hanno fatto la cancelliera Angela Merkel e Abu Mazen in un colloquio telefonico. A schierarsi con l’invito perentorio più volte avanzato da Biden a Netanyahu è stato poi il leader centrista Yair Lapid, a cui il presidente Reuven Rivlin ha affidato il mandato di formare il nuovo governo. “Un invito che non si può ignorare“, ha detto evidenziando che Israele ha anche altri problemi: l’Iran, Hezbollah e l’accordo sul nucleare di Teheran. Ora bisogna attendere solo che la tregua sia attuata.

Intanto, anche oggi è ripreso il lancio di razzi da parte di Hamas – non si segnalano vittime – e sono proseguite anche le operazione dell’esercito israeliano, che ha riferito di aver colpito a Beit Lahya (a nord di Gaza) una cellula di Hamas che stamane aveva teso un agguato ad un pullman militare israeliano. Dall’inizio dei bombardamenti sulla striscia di Gaza, lo scorso 10 maggio, sono rimaste uccise 230 persone. L’aggiornamento è del ministero della Sanità palestinese, che specifica come fra le vittime si contino 65 bambini, 39 donne e 17 anziani. I feriti invece sono saliti a 1710. Dall’altra parte ci sono gli oltre 4mila razzi lanciati in 11 giorni da Gaza su Israele, quasi tutti intercettati dall’Iron Dome, il sistema di difesa antimissili: 12 i morti, centinaia i feriti.

La giornata di negoziati – La mediazione indiretta tra le parti è avvenuta tramite i servizi di intelligence egiziani, che stanno conducendo contatti diretti con Hamas nella Striscia, e l’inviato dell’Onu per il Medio Oriente Tom Wennesland, che invece è andato a Doha, in Qatar, dove vivono importanti dirigenti di Hamas in esilio. Ed è proprio Hamas che a propria volta ha comunicato di ritenere “imminente” il patto per una tregua con Israele. “Penso che probabilmente arriveremo a un cessate il fuoco nei prossimi due giorni. Solo Dio sa quando i mediatori saranno in grado di raggiungere un accordo”, ha affermato il numero due del politburo, Mousa Abu Marzook, citato dal sito israeliano Ynet. “Possiamo combattere per mesi. Se Israele avesse lanciato un’incursione di terra nella Striscia, avrebbe visto cose che non aveva mai visto prima”, ha aggiunto, sostenendo che lo stesso governo di Tel Aviv “sta lavorando con vigore per raggiungere un cessate il fuoco”. Secondo il Wall Street Journal, Israele avrebbe inoltre ammesso di essere vicino al raggiungimento dei propri obiettivi militari. Oltre all’Egitto, anche il Qatar e Stati Uniti stanno lavorando per la tregua.

Le reazioni internazionali – Ieri il presidente Usa Joe Biden aveva chiesto al premier israeliano Benjamin Netanyahu “una significativa de-escalation”, appello rimasto inascoltato. Ancora oggi segretario di stato Antony Blinken ha parlato con il ministro degli Esteri di Tel Aviv, Gabi Ashkenazi, discutendo “degli sforzi per mettere fine alla violenza” e ribadendo le aspettative di Washington. L’ostacolo principale al raffreddamento, pare, è rappresentato dall’incognita della Jihad islamica palestinese: secondo un funzionario americano citato dal WSJ, il gruppo viene considerato un ”jolly” e si ritiene che possa continuare a sferrare attacchi contro Israele anche dopo l’eventuale cessate il fuoco. La Casa Bianca non ha commentato. In visita a Tel Aviv, nell’ambito degli sforzi condotti dalla comunità internazionale, c’è anche il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas: “Sono venuto qui per assicurare la nostra solidarietà a Israele”, che “ha diritto di difendersi contro questi attacchi inaccettabili”, ha detto. E il diritto alla difesa include quello di “distruggere le infrastrutture” da cui possono essere lanciati attacchi in futuro. La convinzione della Germania, specifica però, è che i due popoli possano convivere soltanto nella soluzione a due Stati: “Siamo convinti che la vita in sicurezza e pace a lungo termine sia possibile solo se israeliani e palestinesi possono gestire autonomamente i loro affari”, ha dichiarato dall’aeroporto Ben Gurion.

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