Quanto sia importante l’autonomia vaccinale l’Italia, come il resto del mondo, lo ha imparato all’inizio di questo anno quando alcuni paesi prima degli altri – Stati Uniti e Gran Bretagna in primis – hanno cominciato a immunizzare i loro cittadini e quando le case farmaceutiche hanno iniziato a tagliare dosi finite in paesi in grado di pagare di più o di stringere accordi più velocemente dell’Ue. E così la prospettiva di uno o più vaccini italiani e l’impegno del governo precedente e quello attuale ancora di più a investire, finanziare e supportare l’industria farmaceutica per poter produrre i composti sviluppati in Italia e/o quelli degli altri, ha fatto pensare che anche da una crisi così grande e dolorosa costata a oggi 3 milioni e 390mila morti di cui oltre 124mila in Italia, potesse arrivare qualcosa di buono. La decisione della Corte dei conti di non registrare il decreto per il finanziamento necessario per avviare la fase 3 della sperimentazione del vaccino, sviluppato da Reithera e approvato dal comitato scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma che ha partecipato ai test, sembra aver bruciato all’improvviso quella prospettiva. A metà giugno si conosceranno le motivazioni. Abbiamo chiesto a Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani e componente del Cts, cosa significa per la ricerca e per l’Italia questo stop. Tenendo ben presente che scienziati di altissimo profilo invocano da tempo la necessità di rafforzare la ricerca ed essere maggiormente preparati perché il “prossimo virus potrebbe non essere accomodante come Sars Cov 2”.

Professore il 24 agosto 2020 lei disse: “Entriamo da protagonisti in questa guerra, per non essere schiavi di altri Paesi che diranno io prima”. Ma il vaccino Reithera dopo la decisione della Corte dei conti al momento è fermo.
Sulle motivazioni che hanno portato al parere negativo da parte della magistratura contabile aspetto di leggere e capire, anche perché mi occupo di scienza e non di aspetti normativi o di contabilità pubblica. Su sovranismo e nazionalismo vaccinale invece sono stato un facile profeta, me ne darà atto. Il presidente Usa Joe Biden prende posizione a favore della sospensione dei brevetti, utile forse nel medio-lungo periodo: sino ad oggi però sui vaccini anche l’America di Biden, come quella di Donald Trump, è fedele al motto America first e non ha fatto granché per aumentare la disponibilità di vaccini nei paesi in via di sviluppo. Viva l’Europa allora, che con tutti i suoi ritardi e tutta la sua burocrazia è riuscita però ad avviare una campagna vaccinale che comincia a dare i suoi frutti, senza cedere a tentazioni protezionistiche che avrebbero fatto mancare le forniture a tante nazioni, prima tra tutte la Gran Bretagna. Come riportato da Bloomberg anche se gli Stati Uniti cedessero tutti i vaccini ad altri paesi sarebbe una goccia nel mare perché il mondo ha bisogno di miliardi di vaccini, non milioni. Sempre secondo Bloomberg, Biden ha promesso che nei prossimi mesi invierà circa 60 milioni di dosi di AstraZeneca che non sono state autorizzate per l’uso negli Stati Uniti e decine di di milioni di vaccini J&J che potrebbero diventare disponibili, probabilmente con la fine della campagna americana. Sempre una goccia nel mare.

I giudici non hanno ancora depositato la motivazione della bocciatura del finanziamento decisa per decreto, ma sappiamo che può essere soltanto tecnica. La politica ancora una volta ha fallito?
Ripeto, mi occupo di scienza e non di politica, ma dico che sì, è una sconfitta per il nostro sistema-paese. E lo direi anche se la decisione della Corte dei conti fosse stata diversa. Quando è scoppiata la pandemia, investire nella ricerca sul vaccino era una scelta strategica da prendere al livello più elevato: l’hanno capito in Germania, Regno Unito, Usa, Russia, Cina, che hanno investito miliardi di euro, sterline, dollari, rubli, renmimbi. L’ha capito il presidente del Lazio Nicola Zingaretti, che a marzo dell’anno scorso ha finanziato la fase 1 del vaccino Reithera insieme al ministero della Ricerca e al Cnr: otto milioni di euro in tutto, certamente pochi ma con i quali siamo riusciti a concludere con successo la fase 1, i cui dati, contrariamente a quanto sostiene qualcuno male informato, sono disponibili e consultabili su medRxiv, e sono in fase di peer review per la pubblicazione su una rivista internazionale. Da questi dati emerge un elevato livello di sicurezza e di immunogenicità del vaccino Reithera.

Perché lo Spallanzani ha fatto un passo indietro nella sperimentazione restando solo principal investigator e non ha formalizzato il contratto?
Non c’è stato nessun passo indietro. Posso confermare che il coordinamento scientifico della fase 2 è rimasto allo Spallanzani che ha il principal investigator Simone Lanini, mentre il sottoscritto, fa parte del Comitato Scientifico della fase 2 che si è felicemente conclusa e che ha coinvolto circa 25 centri clinici nazionali. Nessun passo indietro quindi, ma solo complessità organizzative e logistiche anche dovute alle molteplici attività in corso presso l’Istituto sul piano sia scientifico che clinico in una fase di emergenza come quella attuale.

Il vaccino Reithera è a vettore virale come Astrazeneca e Janssen. Questo ha influito?
Va bene che una volta eravamo tutti commissari tecnici della nazionale di calcio ed oggi siamo diventati tutti virologi, ma non voglio nemmeno pensare ad una ipotesi del genere. Al mondo ci sono ancora in studio 65 candidati vaccinali basati su vettore virale, di cui 20 in fase clinica (5 in fase 3, 4 in fase 2 o 1/2, 11 in fase 1). Leggeremo le motivazioni che credo non saranno una descrizione di livelli risposta umorale e risposta cellulare, del livello degli anticorpi neutralizzanti, di piattaforma a mRNA o adenovirale.

Ci sono 25 istituti di ricerca che hanno partecipato ai test e adesso chiedono chiarezza. Qual è il suo pensiero? Cosa succederà in futuro e con le altre fasi?
Ci sono 25 istituti di ricerca e 1.000 volontari che si sono generosamente prestati ad una sperimentazione che sta andando avanti. A loro va il ringraziamento mio personale. Il loro impegno non è stato inutile: la fase 2 si è di fatto conclusa, adesso verranno raccolti e pubblicati i dati sui volontari. Per la fase 3 vedremo cosa succederà: prima di tutto dipenderà dall’azienda che detiene il brevetto e dalle capacità economiche della stessa. Spero che venga presa una decisione chiara e nel minor tempo possibile. La corsa ai vaccini non può aspettare: è un progetto strategico. L’Italia ha bisogno di avere una propria capacità di ideazione, sviluppo e produzione di farmaci e vaccini. Bisogna tornare a quello che era il livello del secolo scorso in cui il mondo ci guardava come un punto di riferimento.

Gli Usa hanno pesantemente finanziato la sperimentazione dei vaccini e Moderna ha ricevuto 2,5 miliardi e mezzo. L’Italia si ferma per molto meno di 100 milioni di euro. Il nostro paese è inadatto a fare ricerca scientifica?
La fase 1 si è fatta con un finanziamento di soli 8 milioni di euro. Una cifra minima. Mi viene da pensare che il nostro Paese sia inadatto a qualunque attività richieda uno sforzo di sistema, e la ricerca non fa eccezione: siamo meravigliosi individualisti, ma incapaci di progetti che richiedano visione, organizzazione, condivisione. Nello specifico, non siamo in grado di collegare la ricerca di base con la ricerca industriale, ovvero di trasformare le idee e le sperimentazioni in prodotti industriali. Oltre che del cronico sottofinanziamento della ricerca e della disperante burocrazia, la colpa è anche nostra, dico di noi ricercatori che non ci rendiamo conto di essere come i capponi di Renzo: divisi, litigiosi, incapaci di fare fronte comune, sempre impegnati a beccarci ed a contenderci i pochi fondi disponibili. La vicenda Reithera sotto questo aspetto ha avuto anche dei risvolti comici.

Il ministero della Sviluppo economico ha fatto sapere che il piano per la produzione dei vaccini va avanti e si attendono le motivazioni. Lei cosa si aspetta?
Aspetto anch’io le motivazioni. Personalmente mi aspetto anche che il governo dia concreto seguito a quanto ha in più occasioni dichiarato, e ripeto cioè che avere una capacità produttiva di vaccini nel nostro paese costituisce un obiettivo strategico. Come si dice a Roma, “le chiacchiere stanno a zero”.

È in sperimentazione un altro vaccino made in Italy, quello di Takis. Potrà essere questo il vaccino italiano?
Glielo auguro, si tratta di un progetto con il quale anche lo Spallanzani ha collaborato.

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